NON RISPETTO DEI BAMBINI: DUE STORIE VERE, SEGUITE DURANTE DEI LABORATORI

NON RISPETTO DEI BAMBINI: DUE STORIE VERE, SEGUITE DURANTE DEI LABORATORI

VIOSI SENTONO QUASI TUTTI I GIORNI NOTIZIE DI VIOLENZE SUI BAMBINI CHE FANNO STARE MALE TUTTI, DANNO UN NODO ALLO STOMACO, SPAVENTANO E RENDONO MOLTO MOLTO TRISTI. A VOLTE E’ DIFFICILE POTER PARLARE DI QUESTE ESPERIENZE PROPRIO PER QUESTI MOTIVI, PERCHE E’ DOLOROSO, ALTRE VOLTE PERCHE’ SI PREFERISCE NASCONDERE E NON DIRE NULLA, COME PER VOLERNE PRENDERE LE DISTENZE. MA ATTENZIONE, PERCHE’ E’ PROPRIO IL TENER SEGRETO, IL NON DIRE NULLA, CHE ALIMENTA LE VIOLENZE STESSE E NON AIUTA CHI SI TROVA A SUBIRLE. VI RACONTO DUE ESPERIENZE VERE RACCONTATEMI DA DUE PREZIOSISSIME CREATURE.

Gretel è una ragazzina di 12 anni e frequenta la scuola media. Si veste sempre in modo molto appariscente, a volte indossa un abbigliamento ai limiti della seduttività, accompagnato da un trucco evidente, lasciando intendere un forte desiderio e bisogno di essere vista. Durante i laboratori resta quasi sempre in disparte, in una posizione di ascolto, partecipando poco ai momenti di discussione in gruppo e giocherellando con il cellulare. Con fatica si riesce a comprendere i suoi vissuti rispetto alla tematica della violenza, anche se si nota un fortissimo interesse a riguardo, in particolare rispetto ai temi della sessualità.

Passano due incontri e notiamo Gretel sempre silenziosa e appartata, fino a quando, al terzo incontro, chiede di poter parlare con me e, durante un momento di riservatezza, si confida raccontando di un’esperienza che sta vivendo.

Dice di aver conosciuto un ragazzo, di circa 22 anni, presentatole dagli amici della sua compagnia e di sentire di essersi innamorata di lui. Lo racconta in un modo che mi fa sentire quanto sia confusa rispetto alle sue emozioni e ai suoi vissuti. Sembra mostrare un forte entusiasmo ma, nello stesso tempo, “la paura e la colpa di aver fatto una cosa sbagliata”, così dice lei.

Capisco che ha raccolto qualcosa dei semi che abbiamo dato a lei a al gruppo classe riguardo il rispetto del corpo e le tematiche della sessualità trattati duranti alcuni incontri; la mia sensazione è quella di averle aperto una finestra, di averle dato una visione differente di come i rapporti e le relazioni dovrebbero andare, tanto che alla fine degli incontri ringrazia il team di psicologhe in modo affettuoso.

Dice che questo ragazzo le dice delle frasi e delle parole che la fanno sentire importante, diversa dalle altre ragazze, che vale qualche cosa, che è la ragazza più bella che lui abbia mai visto, così che lei crede che per lui vale tantissimo. Passano ore e serate interminabili a scriversi via chat parole affettuose e questo dura da circa 2 mesi. Gretel dice di stare veramente bene quando lo sente, non vede l’ora dei momenti vuoti, dove non deve studiare o fare nuoto, per chiacchierare con lui on-line e spesso rinuncia a trascorrere dei momenti con le migliori amiche perché deve chattare con lui. Faticano a vedersi a causa della distanza, per cui Gretel si trova di fronte alla scelta di stare con gli amici o di fronte ad un pc. Spesso sceglie quest’ultima alternativa e sembra che, a causa di ciò, i rapporti tra lei e gli amici stiano svanendo, ma nessuno le dice nulla: le amiche non dicono nulla, poiché la capiscono e comprendono che un “fidanzato” può occupare tutto quel tempo; il gruppo di amici non dice nulla e quasi non sembra rendersi conto delle assenze dell’amica, assenze fisiche nei momenti in cui è’ a casa al pc, ma anche psichiche nei momenti in cui, fuori in paese con il gruppo, è assorta nella chat dell’Iphon; a scuola, nonostante vi sia un evidente calo nel rendimento scolastico, sembra esserci la paura di dire e di scatenare conflitti; a casa non dicono nulla poiché “è l’adolescenza”, dice Gretel riferendosi alle parole per caso sentite dalla mamma e poi perché “con il papà non posso parlare, mi sgriderebbe, non capirebbe e darebbe la colpa a me in ogni caso…sai, non gli piace come mi vesto!”, aggiunge la ragazzina.

Forse è scontato dire che Gretel ha un forte bisogno di essere vista. E lo manifesta nel modo più semplice, trasformando il suo corpo in un oggetto costruito, finto ed artificiale, che dentro sembra non avere un’anima, un’identità. Sappiamo che nel periodo dell’adolescenza e pre-adolescenza il bisogno principale o compito evolutivo è quello di iniziare a costruire la propria identità, attraverso un lungo cammino fatto da molti ostacoli, da salite e da discese, da momenti di regressione dove ci si sente ancora bambini, a momenti dove ci si crede grandi e responsabili e si pensa di non aver bisogno di aiuto.

Proviamo ad immaginare una ragazzina pre-adolescente che si sente qualcuno, si sente importante, solo se c’è qualcun altro, al di là di uno schermo, che glielo ricorda. Immaginiamo questa ragazzina che si sente unica e speciale solo perché ha le attenzioni di un ragazzo più grande che le fa sentire che la desidera. Immaginiamo Gretel che per sentire di esistere, di esserci, pensa di dover addobbare il suo corpo come un albero di Natale….tutti ricordano il Natale ….ma dov’è la sua autostima?! Come sta costruendo quella grande torre, che la sosterrà per tutta la vita, chiamata identità?! Sta mettendo mattone su mattone senza avere le fondamenta, costruendo una torre fragile, sensibile e, la cosa più grave, da sola!

La ragazza prosegue il suo racconto dicendomi che non si sente sicura. Perché questo ragazzo le piace molto, ma è grande e sta iniziando a proporle di vedersi ed uscire “dalle sue parti”, così dice lei. Ovvio che ciò che prova è una grande confusione emotiva e psichica: c’è il desiderio e l’adrenalina anche solo al pensare di provare ad uscire con questo ragazzo, alimentati dalla fantasia che per lui è unica e speciale e che stare con lui la farà sentire certamente così bene; ma, dall’altra parte, Gretel dice “non sono tanto sicura, se mi chiede delle cose?”, trasmettendomi tutta la paura , l’insicurezza, e la trasparenza di quei vissuti emotivi che funzionano e che le stanno dicendo “c’è qualcosa che senti che non va, fermati un attimo”.

Quello che faccio è cercare di accogliere e capire i suoi vissuti emotivi ambivalenti e confusi e di pormi a lei come una persona da cui attingere chiarezza rispetto a tali vissuti e come un sostengo e una giuda rispetto a ciò che riguarda le sue scelte. Seppur nell’immediato e limitatamente a quanto è possibile fare in 2 incontri, è stato importante per me poterla aiutare a mettere un paio, o forse più, di mattoni ben solidi utili per dare un senso ed un equilibrio alla torre della sua identità e, cosa altrettanto fondamentale, trasmetterle l’importanza di chiedere un consiglio, uno scambio, un confronto, riassumendo un aiuto ad un adulto, che ci sono gli adulti che sanno ascoltare ed aiutare, che è possibile fidarsi di loro.

All’ultimo incontro, si nota fin da subito una forte ansia. Gretel è irrequieta, distratta, assente col pensiero. Mi cerca perché ha bisogno di parlarmi e lo dice con le lacrime agli occhi, cercando di nasconderle, forse per l’imbarazzo. Mi dice che il famoso ragazzo l’ha invitata ad un incontro, soli loro due. Dice che lei “non è riuscita a dire di no, che da una parte non vedeva l’ora di vederlo, di provare dal vivo tutte le emozioni che le ha sempre fatto magicamente provare in un mondo parallelo”, ma dall’altra sentiva qualcosa, che ha chiamato “agitazione, tremori alle gambe, un nodo allo stomaco” ma che, in un primo momento ha trascurato. Va all’appuntamento. Racconta di essere andata a mangiare un gelato e che poi hanno preso qualcosa da bere. Dice che lui era dolcissimo, le ha anche tenuto la mano. Dice che hanno fatto una passeggiata, raggiungendo poi la macchina, dove lui le ha proposto di salire e di accompagnarla a casa. Lei sale, dice che è stato veramente gentile. Vicino a casa, le propone l’alternativa: fermarsi un attimo nel parcheggio, un po’ coperto. Gretel dice di iniziare qui a sentire qualcosa che non andava bene, come una “vocina”, dice lei, che mi diceva di non accettare. Accetta la proposta. In macchina, da soli, lui si avvicina a lei e comincia a farle delle carezze. Gretel dice di avvertire i tremori, così chiamati da lei. Accoglie le carezze. Il ragazzo prosegue e la bacia. Lei accoglie il bacio, anche se non voleva, afferma. Poi lui inizia ad approcciarsi a lei in modo differente e seduttivo, che lei descrive come “non mi ascoltava neanche, mi allontanavo e lui si avvicina di più, insistendo”, facendo intendere la più completa mancanza di rispetto, ed è qui che ha pronunciato le parole “no, non voglio”, facendosi poi accompagnare realmente a casa.

Percepivo ancora, mentre raccontava, il tremore della paura vissuta quella sera. Tra le lacrime, mi ringrazia, perché dice, a posteriori, che ha ascoltato ciò che gli suggerivano le sue emozioni ed i suoi vissuti.

In effetti, ciò l’ha salvata e protetta.

Ma aggiunge che si sente cattiva e quando le chiedo il perché, dice che “lui è stato così gentile e carino con lei e che lei non gli ha dato niente in cambio, che si è comportata da stronza”. Sembra portare un senso di colpa, ma che non le appartiene, alimentato anche dalla fantasia di aver sedotto il ragazzo con il suo atteggiamento e modo di apparire provocanti. Cerco di farle capire che non si parla di colpe ma che la responsabilità avrebbe dovuto essere del ragazzo, maggiorenne e giovane adulto, che non ha saputo rispettarla nelle sue emozioni, ma è stato molto difficile cercare di aiutarla a disinvestire se stessa dalla colpa legata al pensare di aver provocato il ragazzo con il suo modo di vestire o di porsi. C’è poi un papà che le dice proprio così….

Per finire, la invito a condividere l’esperienza ed a elaborare tutti i suoi vissuti con una persona di cui si fida, che la sappia ascoltare ed aiutare a capire. Cercando insieme a lei di individuare una figura per lei importante che sappia sostenerla, la conclusione è stata: non ho nessuno, non saprei a chi rivolgermi, chi mi può ascoltare?

Nei nostri laboratori, abbiamo potuto constatare, con amarezza, la solitudine dei ragazzi di oggi, scarsamente consapevoli delle situazioni di rischio in cui possono inciampare e soli nel poterle affrontare in un modo che li faccia sentire protetti ed sostenuti. In particolare, abbiamo avuto la conferma di come vi sia una forte dipendenza da internet e dai social network, sia nei preadolescenti che nei bambini delle scuole elementari, come se non si sentissero pronti o capaci a coltivare relazioni in modo diretto ed umano e come se sentissero che l’unica strada per avere amici e sentirsi cercati, importanti, visti, sia nel mondo virtuale, portando così, fuori da quel mondo, a relazioni sterili dal punto di vista emotivo e all’incapacità di renderle produttive.

Hansel è un bambino di 10 anni. È sempre molto attento durante i laboratori anche se alterna dei momenti in cui si mostra agitato, come se non riuscisse a contenere la sua ansia e come se ci fosse qualche pensiero che lo turba, che non lo rende sereno e che gli fa vivere uno stato di tensione a livello emotivo e corporeo.

Quando affrontiamo il tema della violenza fisica o, con le parole usate coi bambini, della mancanza di rispetto che alcune persone possono avere nei confronti del corpo e delle emozioni loro, emergere dal gruppo classe una grossa questione che vede tutti i bambini alleati e portatori del pensiero “mamma e papà possono picchiare i bambini” e noi psicologhe, alleate sull’altro fronte, che cerchiamo di trasmettere ai bambini un pensiero differente, ovvero che mamma e papà possono trovare dei modi diversi dal picchiare, per spiegare ai bambini o far capire loro i valori o le regole.

Si è proprio potuto constatare uno spaccato tra il nostro pensiero ed il loro. Ma ciò è stato ugualmente importante perché poter passare ad un bambino il messaggio che quello che sta vivendo non lo fa stare bene, vuol dire fornire a quel bambino già una grossa competenza. Gli si mostra che esiste una versione delle relazioni differente dalla sua e ciò gli permette di elaborare ciò che subisce in un modo diverso, ovvero come una cosa sbagliata, che non lo fa stare bene e che non ha il diritto di subire. Questi elementi gli permettono di creare una difesa psichica per far fronte alla violenza fisica e psicologico-emotiva subita. Viceversa, un bambino che non ha occasione di scoprire che esiste un altro modo per stare con mamma e papà, apprenderà che quel modo che subisce è corretto, giusto e l’unico possibile.

E mi collego qui a ciò che ci dice Hansel perché le sue parole sono state veramente importanti.

Hansel dice: “ma guarda che la mamma mi picchia perché me lo merito, quando mi dà la sberle lo fa perché così imparo le cose giuste…poi scusa ma, se sono stato cattivo, me le merito. È vero che fa male, a volte, ma la mamma mi vuole bene lo stesso”. E prosegue, in un incontro successivo, dicendo che “io non posso dirlo al papà, perché la mamma non vuole, poi mi dice che se scopre che io l’ho detto mi picchia ancora più forte, ma non con le mani, con altre cose”.

Insomma, stiamo parlando di un bambino che riconosce che essere picchiato lo fa stare male, nel suo corpo, ma anche nelle sue emozioni. Hansel è un bambino che ci dice, dopo alcuni incontri che gli permettono di capire, ed in parte elaborare, che è un bambino triste e anche molto arrabbiato. Riesce ad entrare in empatia con se stesso, con la sua parte emotiva, che gli permette di sentire che c’è qualcosa che lo fa stare male. Ma ciò conta poco per lui perché, come vedete, difensivamente, in modo immediato, cerca di passare dai vissuti alla razionalità dicendoci che “è giusto essere picchiati perché così impara le cose”. In modo difensivo, cerca di proteggere se stesso, perché solo così può tollerare il suo stare male, e la mamma, perché solo così può proteggere l’immagine idealizzata di una mamma che fa le cose buone per lui e che gli vuole bene.

Hansel è anche un bambino che dice di sentirsi cattivo. Un bambino che si sente così, è un bambino che crede sia giusto meritarsi di essere picchiato, perchè è una punizione al suo essere cattivo. Gli adulti devono imparare che non esistono bambini cattivi!! Al massimo esistono bambini che fanno delle cose che gli adulti giudicano sbagliate, inappropriate e che è importante insegnare loro l’alternativa più appropriata, spiegandogli le cose con le parole, guidandoli nella crescita. Spesso invece, sono gli adulti che agiscono le proprie rabbie e frustrazioni, e che non riflettono insieme ai propri bambini, che fanno sì che i bambini si sentano cattivi e meritevoli delle loro punizioni.

Torna poi la questione della solitudine. Hansel dice che “non può dirlo al papà”. Immaginiamo allora questo bambino che si sente cattivo, sbagliato, con una mamma che lo picchia per questi motivi e con un papà che sente così lontano, così impotente, sul quale sente di non poter contare, di non poter condividere con lui i suoi vissuti. Hansel è un bambino che fa sentire tutta la solitudine di una prigionia materna fredda ed onnipotente.

E sento il bisogno di soffermarmi su un altro punto di fondamentale importanza: la questione del ricatto e della necessità del segreto. Hansel dice che se si confida con il padre la mamma lo picchia ancora più forte e specifica che avverrà in un modo ancora più crudo. Questo ricatto fa sentire il bambino vincolato, senza una via d’uscita, con l’unica possibilità di dover mantenere un segreto che lo fa stare male, tutto da solo, senza la possibilità di farsi aiutare dal suo papà.

Qualsiasi adulto, e tanto più qualsiasi bambino, quando subisce un trauma o è invischiato in una relazione che lo fa stare male e dalla quale è difficile uscire, e non riesce a trovare le parole per raccontare, per liberarsi e per condividere gli aspetti emotivi sottostanti, è un adulto o un bambino che si porta dentro una sofferenza logorante, un minestrone di emozioni di rabbia, confusione, tristezza, vuoto e colpa.

I bambini hanno il diritto di essere aiutati a stare bene e hanno il diritto di stare bene, e gli adulti hanno il dovere e la responsabilità, di trattare i propri bambini con rispetto e amore.

Con i nostri laboratori abbiamo voluto trasmettere ai bambini e ai ragazzi l’importanza del rispetto, del dare rispetto e ricevere rispetto. Il nostro desiderio era quello di dar loro una valigetta emotiva dalla quale attingere gli strumenti per crescere più forti, più sicuri, fiduciosi delle loro competenze e fiduciosi di quello che sono e sanno fare. Sappiamo e crediamo alla loro forza e alle loro capacità ma, in generale, li abbiamo sentiti molto fragili, con una scarsa fiducia nei confronti degli adulti e così soli.

E ALLORA COSA FARE? DESIDERO PROPRIO DARVI DUE PICCOLI MA INDISPENSABILI SUGGERIMENTI. E’ FONDAMENTALE CREARE CON I PROPRI BAMBINI UNO SPAZIO DI ASCOLTO, DOVE NON SI SENTANO GIUDICATI, ACCUSATI, MA DOVE POSSANO INVECE SENTIRE DI POTERSI FIDARE, DI POTER TROVARE UN ADULTO CHE SAPPIA ASCOLTARE EMPATICAMENTE E SOSTENERE EMOTIVAMENTE. I BAMBINI VITTIME DI VIOLENZE HANNO BISOGNO DI ESSERE ACCOMPAGNATI AD USCIRE DAL SILENZIO, DAL TABU’, CHE SI CREA INTORNO ALLA VIOLENZA STESSA. IN SECONDO LUOGO, E’ IMPORTANTE CREDERE ALLE COMPETENZE DEI BIMBI E DARE LORO DEI SEMPLICI STRUMENTI CHE SONO: 1.SAPER ASCOLTARE LE PROPRIE EMOZIONI E 2. COSì CHE SE C’è QUALCOSA CHE NON VA, POSSANO CHIEDERE AIUTO. PUO’ SEMBRARE POCO MA SPESSO E’ PROPRIO NEI CASI IN CUI QUESTI ELEMENTI NON CI SONO CHE NON SI RIESCE AD USCIRE DAL CIRCOLO VIZIOSO DELLA VIOLENZA.

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