Categoria: adulti

Genitori al posto dei bambini e bambini al posto dei genitori.

Laura è una bambina di 5 anni, va alla scuola materna, gioca con i suoi amichetti, si diverte. È socievole, simpatica, leader nel gruppo. Con le maestre della scuola fa un po’ fatica a rispettare le regole e lo stesso atteggiamento è fortemente presente con la sua mamma e il suo papà.
Laura li sgrida, alza la voce con loro, decide, se non comanda, sulle diverse cose quotidiane.
I genitori si adeguano a tutto ciò che lei dice, per cui decide lei quando alzarsi dal letto, cosa mangiare, che indumenti indossare, quanta tv guardare, cosa guardare, quanto giocare, cosa e come dire le cose agli altri, insomma, decide tutto lei.
Immaginate quanto possa essere difficile per una mamma ed un papà “domare” tutti questi comportamenti per farsi ascoltare e rispettare.
I bambini hanno spesso a che fare con l’onnipotenza. Ad esempio, intorno ai 2 anni hanno bisogno di sfidare l’adulto, opporsi a tutto ciò che esso dice, per sentirsi diversi, separati e quindi una piccola personcina in crescita. Questo avviene quando i bambini iniziano a dire di no per tutto, avete in mente? È un passaggio di crescita tipico di questo periodo, che permette loro di separarsi psichicamente dalla figura di accudimento primaria, restando comunque in rapporto con essa. In questo periodo, è fondamentale che i genitori restino fermi sulle loro posizioni.
Per la piccola Laura, questa fase ha preso una piega diversa.
Per prima cosa, non c’erano una mamma ed un papà fermi sulle loro idee e sui loro pensieri. Forse per il timore di dire troppi “no” e quindi di sentirsi separati e lontani affettivamente dalla loro bambina, e anche perché questi genitori conservavano dentro di loro un piccolo nucleo di un “Sé” ancora piccolo e ancora molto legato ai rispettivi genitori. Detto in parole più semplici, si sentivano ancora piccoli.
In secondo luogo, questo “via libero” ha consentito quella che si chiama “inversione di ruoli”, ovvero il mantenimento di una relazione dove sono presenti una mamma ed un papà ancora bisognosi di cure, attenzioni, accudimento, e una bambina che ha potuto giocare con la sua onnipotenza, non avendo limiti.
Laura, essendo poi molto sensibile, non solo ha assunto il ruolo genitoriale per poter decidere, comandare, dirigere la vita quotidiana della famiglia ma, sentendo la sua mamma ed il suo papà molto fragili e bisognosi si è assunta anche il ruolo della figura accudente, facendo le coccole a loro al posto che riceverle, decidendo per loro al posto che lasciarsi gestire, organizzando la quotidianità proprio come dovrebbero fare una mamma ed un papà.
Quindi…quanto è importante vedere da adulti i propri bisogni irrisolti, ancora presenti per diversi motivi, poterci fare i conti, per far sì che non ricadano in modo turbolento sui propri bambini.

Gravidanze difficili: quali possono essere alcuni aspetti psicologici.

“Questo bambino non vuole proprio arrivare!”: queste sono le parole di Iris, alla ricerca di una gravidanza da circa un anno, ad oggi alle prese con lo sconforto, la rabbia, l’impotenza legate a cio’. Ogni gravidanza è unica. A volte la cicogna arriva subito, altre volte si fa attendere. In questo secondo caso, una donna potrebbe scontrarsi con ansie e preoccupazioni profonde.
In primis, se un bimbo non arriva, una donna potrebbe pensare di non essere una buona madre, capace di dar vita ad una creatura e occuparsi di lei. Questa convinzione potrebbe radicarsi dentro le fantasie inconsce della mente e autoalimentarsi dell’assenza reale del bambino stesso.
Winnicott, illustre pediatra e psicoanalista, parla di una madre “sufficientemente buona” per il suo bambino, ovvero in grado di occuparsi di lui in modo sufficiente. Ma come fa una donna a soddisfare questo standard? Come si crea la stima di sé come madre?
Per rispondere a questa riflessione, dobbiamo fare un passo nella generazione precedente per passare da Iris alla sua mamma. Vi racconto la sua storia. Iris, che oggi ha 36 anni, tempo fa è stata una bambina. È stata accudita dai suoi genitori e, in particolare, dalla nascita e nella primissima infanzia, ha potuto godere delle cure della sua mamma in modo esclusivo. La sua mamma era sempre presente, forse troppo in alcuni momenti. Iris è cresciuta, passando da una tappa di sviluppo all’altra, senza troppe difficoltà, se non quella di sentirsi molto dipendente e, forse, ancora un po’ piccola. Ha sempre conservato dentro di sé una parte infantile molto accentuata. Anche da adulta, ad esempio, non ha mai goduto di una reale indipendenza né lavorativa né affettiva. Ha sempre sentito dentro di sé il forte bisogno di un altro accanto, di qualcuno che si prendesse cura di lei, che la amasse in modo esclusivo. Ripetendo, in tal modo, l’accudimento materno ricevuto. Ha avuto fortuna in questo, poiché ha trovato una persona che si incastrava perfettamente con queste sue esigenze. La difficoltà è arrivata al momento della decisione di diventare lei stessa madre. Intrappolata tra il desiderio di esserlo e la paura, inconscia, di diventarlo, ha dato vita ad un corto circuito emotivo interno, che ha bloccato la naturalezza della creazione. Mettersi nei panni di “madre”, assumere una nuova identità, più adulta, indipendente, affettivamente matura, si è scontrato con i suoi bisogni più infantili di figlia, con il desiderio inconscio di restare piccola, affettivamente dipendente dall’altro. Il prezzo da pagare per Iris era troppo, ovvero quello di perdere i privilegi dell’accudimento, per offrire lei stessa accudimento all’altro, al proprio bambino. Questo pensiero, che origina nella sua mente, ha bloccato il processo della gravidanza, nel suo corpo, per diverso tempo. Solo la consapevolezza di questo attrito interno di pensieri e vissuti ha fatto sì che si sbloccasse il nodo che si era creato.
Questo è solo un esempio di quelle che possono essere le ansie e le preoccupazioni di una futura mamma, influenti sul concepimento.

DIVENTARE GENITORI: PAURE, CAMBIAMENTI.

genQuando una coppia sceglie di allargare la famiglia e avere un bambino, in genere, è una decisione presa con entusiasmo, che alimenta gioia e serenità.
Quando il neonato arriva l’atmosfera elettrizzante persiste ma può accompagnarsi, a volte, alla presenza di sentimenti ambivalenti.
Che cosa di intende con questo termine?
In particolare per la donna, già durante la gravidanza, possono emergere sentimenti “negativi” verso il bambino o verso l’essere madre.
Si possono tradurre ad esempio in pensieri come “non sarò una buona mamma”, “e se piange molto cosa faccio?!”, “dovrò fare tutto da sola?!”, “non sono sicura di aver preso la decisione giusta”, “forse dovevamo aspettare ancora un po’”.
Sono pensieri e sentimenti che possono descrivere una sorta di “rifiuto” della gestazione stessa, del bebè in arrivo e della nascita della donna come madre.
Sono pensieri e sentimenti tipici, nel senso che molte mamme li hanno pensati e provati e sanno che passano una volta riassestato l’equilibrio della nuova famiglia che si è formata.
Allo stesso modo, anche il padre può provare le stesse sensazioni. Ci sono degli studi che affermano come un uomo realizzi maggiormente l’idea di essere diventato padre appena vede il suo bambino, al momento della nascita.
Non tutte le persone sono uguali, per cui ritengo non si possa fare un discorso valido per tutti. Ci sono anche molti papà che hanno una sensibilità acuta e sono molto in sintonia con la madre e con il bambino già durante l’attesa.
In ogni caso, da dove arrivano questi vissuti?
Dal passato del genitore. Il passato di ognuno ha sempre un’influenza di qualche tipo sul presente, sulle relazioni. Il diventare genitori è una trasformazione psichica che muove molti aspetti del passato, ovvero, a livello inconscio la regressione psichica permette ai genitori di sentirsi bambini, come lo erano un tempo, di identificarsi e mettersi nei panni dei propri genitori, per capire che tipo di genitori vogliono essere loro.
Insomma, una serie di movimenti, non proprio semplici, che giustificano il periodo sensibile e delicato che un uomo e una donna attraversano.
Per tali motivi, è molto importante che tra la coppia ci sia un equilibrio solido, già prima dell’arrivo di un bebè e siano risolti, in parte, i conflitti emotivi che il passato di ognuno porta nel presente nella relazione di coppia.
“Sei come mia madre!”: prendo la frase come esempio per dire di come le relazioni che una persona intrattiene nel passato con i propri genitori, si ripropongano similmente con il proprio partner nell’attuale.
Nello sconvolgimento dei ritmi legati all’arrivo del bebè, la parola chiave per sostenere l’equilibrio di una coppia è “capirsi “.
L’incomprensione e il non sentirsi capiti sono spesso alla base delle liti nelle coppie. Esprimono due cose differenti, ma strettamente interconnesse, poiché la prima sembra più affine alla concretezza, all’oggettivita’ (non c’è stata effettivamente comprensione), mentre la seconda ad un vissuto, ad un qualcosa di soggettivo (sento che non mi capisce).
Allora come allenare questa capacità presente in ognuno di noi?
Ci vuole una buona capacità autoriflessiva, ovvero l’essere consapevoli di come funzioniamo nelle relazioni con l’altro. La si puo’ allenare o sviluppare guardandoci da lontano, per poterci osservare e capire piu’ attentamente, nel meglio di noi ma anche nei nostri punti critici.
Ci vuole anche una buona empatia e “teoria della mente”, ovvero la capacità di comprendere che cosa succede nella mente dell’altro, intuendo i suoi pensieri e le sue emozioni. La si può allenare o sviluppare cercando di mettersi nei panni dell’altra persona, chiedendosi cosa pensa e prova in quella determinata situazione.
Questi piccoli allenamenti, a volte non semplici per qualcuno, possono salvare la coppia per quanto riguarda la questione del capirsi, soprattutto in un momento critico come il diventare genitori.

DISTRAZIONE: PERCHE’ SI DIMENTICANO LE COSE?!

DISTRPerché sono così distratto?

…”dimentico sempre il nome di una persona quando si presenta, ricordo spesso a me stesso quello che devo fare in giornata , a volte sono così distratto che sbaglio la strada che dovrei percorrere”…

La memoria è un processo cognitivo strutturato e complesso.
L’incapacità di ricordare può essere indicativa di una mente disordinata o piena di pensieri e ansie.

A volte capita che la distrazione crei una reazione a catena, per cui se ci si crede distratti allora si è distratti davvero e le cose non si ricordano, come in una profezia che si autoavvera.
Pertanto, il suggerimento che la vostra mente vi fa, legato alla convinzione di non riuscire a ricordare, diventa una convinzione onnipotente che induce le vostre aspettative a diventare realtà.
La conseguenza: non si ricorda davvero!

Se, oltre ai pensieri, ci sono di mezzo le ansie, le cose si complicano.
La mente funziona meglio quando lo stato emotivo di una persona è sereno e tranquillo.
Se ci sono in gioco emozioni forti, come ad esempio l’ansia o qualsiasi altro vissuto ingombrante, meglio fermarsi nelle proprie attività di pensiero e cognitive, per lasciare che l’intensità dell’emozione si abbassi.
Penso ai bambini o ai ragazzi in ansia di fronte ad un compito o un’interrogazione, che di certo sbagliano o non riescono ad affrontare se prevale una componente emotiva invalidante.

Allora, come fare?
Ogni persona, bambino o adulto che sia, vive pensieri ed emozioni a modo suo, per cui non esiste una regola o una soluzione magica valida per tutti.
In generale, si può riflettere sulle proprie capacità cognitive di memoria per capire come raggirare anche i pensieri che alimentano il non-ricordo: “…se so già che dimenticherò, allora faccio un promemoria, un appunto, chiedo a qualcuno di ricordare al posto mio…”.
In secondo luogo, parlare della propria ansia o delle emozioni che fanno sentire bloccati nella memoria, poiché parlare è comprendere, capire, realizzare come gestire gli tsunami emotivi: “…forse mi sale l’ansia per l’interrogazione perché i compagni mi guardano, allora dimentico tutto… Forse può aiutarmi capire che non faccio una brutta figura anche se sbaglio, che i miei amici credono in me anche se mi va male… E forse, di questo, devo proprio parlarne con loro, giusto per averne una conferma che mi aiuta….”.

LA MAGIA DELL’ADOZIONE

ADOPenso che dare ad un bambino una mamma ed un papà che non ha potuto avere sia una cosa quasi magica..
Winnicott dice che basta essere dei genitori “sufficientemente buoni” e credo che anche un’adozione lo possa essere. Ma come?
Un bambino ha bisogno di riuscire ad avere un attaccamento sicuro alla mamma e al suo nucleo familiare e quelli che hanno scelto di essere i suoi genitori, di aver cura di lui giorno dopo giorno nella quotidianità della vita non possono che essere la sua mamma ed il suo papà. Solo loro i genitori di quel bambino, ovvero coloro che hanno scelto di esercitarne il ruolo. Per non creare confusione al piccolo, penso che il termine di “mamma” e “papà” sia importante utilizzarlo per identificare i genitori adottivi.
Ciò non implica l’esclusione dei genitori biologici!!! Credo che sia altrettanto importante mettere al corrente il bambino della loro esistenza…ovviamente al momento più opportuno, che sarà unico per ogni piccolo.
Per avere un attaccamento sicuro all’ambiente è necessario sentire il senso di appartenenza ad esso. Spesso capita invece che si senta un senso di estraneità, soprattutto se pensiamo agli adolescenti, il cui compito evolutivo è proprio quello di rimettere in discussione la loro storia ed i loro legami. E allora la ferità del sentirsi estraneo, che può rischiare di trasformarsi anche in angosce più profonde, può essere curata attraverso una comunicazione che restituisca un senso ed una storia. Posso proporvi un piccolo esempio per il vostro bambino: “tu sei nato dalla pancia della signora X, perché la mia pancia non funzionava bene, ma hai poi trovato il nostro nido, la tua culla, la tua casetta, e la tua mamma ed il tuo papà, che siamo noi poichè sei cresciuto con il nostro amore, con le nostre coccole, con le nostre cure…”.
Pensate ad un bambino, a quello che può pensare e provare sapendo della sua storia… Ovvio che l’emozione che più facilmente può provare è quella della confusione…ed è del tutto tipica!!! Il compito dei genitori adottivi credo che sia proprio quello di accompagnare il proprio bambino nella ricostruzione della sua storia, mettendo chiarezza e, soprattutto, accogliendo le domande, i dubbi, le perplessità, a volte anche le rabbie, che ciò inevitabilmente suscita.
Un altro aspetto utile è quello di non creare scissioni e di non prendere una posizione di giudizio rispetto alla scelta che hanno fatto i genitori naturali: hanno dato vita al vostro bambino e fanno parte del suo passato e anche del vostro presente, per cui penso sia importante parlare di loro in modo positivo, per esempio, raccontando della loro scelta non in termini di abbandono, ma in termini di impossibilità o incapacità. Il senso di abbandono da parte dei genitori è difficilmente tollerabile da un bambino, mentre l’idea della rinuncia e la consapevolezza di non potersi occupare di lui sono dolorose ma emotivamente tollerabili e gli renderanno più accettabile il riappropriarsi della sua storia.
La narrazione di questa storia penso sia un momento speciale, a volte difficile, che lega i genitori adottivi ai proprio bambini. L’appartenenza, di cui parlavo prima, penso possa essere costruita attraverso la condivisione del significato dell’intera storia, narrata al bambino sottoforma di un racconto che tenga conto dell’uso di parole, che curano e non feriscono, dell’età e delle capacità di comprensione emotiva del piccolo e, sempre, raccontando la storia vera.
Alcuni genitori mi raccontano delle loro paure e del loro bisogno di proteggere il bambino dalla vera storia della sua vita. È vero, credo che sia facilmente possibile pensare di poter perdere il proprio bambino raccontando la verità. Posso darvi un piccolo consiglio su cui riflettere: perché non condividere con il vostro bambino anche queste paure che vi affliggono? Siamo e siete umani, è del tutto normale provare emozioni così forti e spaventanti e non è possibile, ma sarebbe bellissimo il contrario, tutelare e proteggere il bambino da queste emozioni, perché le proverà anche lui durante la crescita. Allora, parlate di queste emozioni , onde evitare che si trasformino in fantasmi persecutori.

IL PAPA’ : NUOVI RUOLI RICONOSCIUTI

PAPA2Secondo Margaret Mahler, psicoanalista, i bambini piccoli, nei primissimi mesi di vita, affrontano una fase detta ‘simbiotica’ durante la quale credono di essere un tutt’uno con il corpo della madre e dipendendo totalmente da essa.

Questo rapporto assolutamente funzionale al corretto sviluppo fisico e psicologico del bambino va oltre alla semplice funzione di assolvere alle necessità biologiche legate alla sopravvivenza: ciò di cui il bambino ha più bisogno per un corretto sviluppo psicologico è il soddisfacimento ‘fisico’ del bisogno di affetto, tenerezza, amore ottenuto attraverso il contatto e l’interazione con la madre.

La mamma è indiscutibilmente la “fonte” del sostentamento fisico e psicologico del bambino e nessuna scienza potrà mai spiegare la magica empatia che lega una madre al suo piccolo.

In questo rapporto simbiotico tra madre e figlio, che ruolo ha il padre? Sapete che già dalla terza settimana di vita i bambini hanno reazioni diverse a seconda che si trovino in presenza della madre o del padre?

Questo avviene perché entrambi i genitori si relazionano al bambino in modo diverso: la madre per curare e calmare, il padre per giocare e stimolare; alla madre spetta, attraverso la soddisfazione del bisogno di nutrizione, trasmettere il messaggio dell’essere amati, di essere appunto “nutriti di amore”, di essere desiderati, voluti, accettati per quello che si è; ma è la presenza del padre a dare l’imprinting ai futuri rapporti sociali del bambino con il resto del mondo.

Sul rapporto col padre si basa buona parte dell’autostima che il bambino avrà verso se stesso.

Questa funzione si amplifica se si parla di bambine. Infatti, il padre è il primo uomo con cui una bambina interagisce, e sarà proprio questa figura ad influenzare i rapporti futuri con qualsiasi altra figura maschile con cui si relazionerà.

Nella storia dell’umanità, la cura della prole è sempre stata compito delle donne, mentre l’uomo era considerato fondamentale per il sostentamento economico della famiglia. Ora, sembra che un lento ma costante mutamento all’interno dei costumi sociali abbia risvegliato nel maschio un insospettabile istinto paterno latente.

Ricerche attuali confermano come la maggior parte dei papà di oggi si occupano del loro bambino, facendogli il bagnetto, portandolo a letto la sera e accudendolo come di solito fa una mamma.

È scientificamente provato: l’uomo contemporaneo, dopo secoli di esclusione dall’educazione e crescita della prole, è giunto alla consapevolezza che partecipare attivamente alla crescita e all’educazione dei propri figli non rappresenta solo un bene per il bambino ma soprattutto si rivela fonte di soddisfazioni per il padre stesso.

Non pensate che ciò possa avere un affetto benefico anche all’interno della relazione della coppia mamma-papà?

Io credo che, se i compiti ‘famigliari’ vengono divisi equamente, vi sia anche una maggiore serenità all’interno della famiglia stessa.

E questi nuovi padri, possono essere intesi come figure sostitutive della mamma?

Io credo sia importante non confondere i ruoli!

Non bisogna dimenticare che il padre è simbolicamente la figura che funge da guida, è il tutore delle norme, delle regole sociali da rispettare, dei diritti e dei doveri, è il responsabile del necessario distacco tra il bambino e la madre, fondamentale affinché il bambino possa fare il suo ingresso nel mondo esterno. E rinunciare allo storico ruolo autoritario della figura paterna non vuol dire perdere la componente di autorevolezza che aiuta il bambino a crescere emotivamente equipaggiato per affrontare con sicurezza e serenità il mondo esterno.

Io credo che il suo ruolo vada letto come “completamento” della madre.

Un padre a 360 gradi, ovvero padre, marito e uomo, che ha un suo ruolo ben definito accanto alla madre, con la quale crea un rapporto di cooperazione volto a coprire i ruoli di ognuno secondo la propria sfera d’azione all’interno di un unico contesto quale è la famiglia, rendendosi l’uno insostituibile all’altro.

E cosa succede allora quando un papà è “assente”?

Possiamo già affermare che esiste una differenza significativa tra i figli maschi e femmine rispetto alla ripercussione emotiva dell’assenza del padre.
I ragazzi sono generalmente colpiti più duramente.
Tendono generalmente ad avere difficoltà a concentrarsi a scuola,
disturbi con deficit di attenzione e iperattività e disagi a livello della condotta, mancando l’assetto autorevole del papà.
La mancanza del padre aumenta significativamente la probabilità che un ragazzo agisca la rabbia ed è molto comune per le madri avere difficoltà a gestire in particolare i ragazzi adolescenti senza padre.
Le ripercussioni più gravi si hanno anche a livello dell’
identità maschile: mancando un riferimento adulto maschile, spesso la costruzione dell’identità, che è già di per sè un processo complicato, risulta altrettanto difficile e spesso il risultato è una confusione identitaria.

In aggiunta, si crea un fortissimo legame con la figura materna che, a volte, può diventare quasi fusionale: il padre ha proprio il compito di inserirsi in questo legame e facilitare il passaggio da una relazione a due a una relazione a tre e, se manca, ciò risulta difficile.
Fra le ragazze, gli effetti dell’assenza del padre sono spesso traslati nel tempo durante la pubertà.
Agiscono spesso in quel periodo un
comportamento sessuale esageratamente seduttivo e promiscuo e le difficoltà nel formare rapporti sani e durevoli con gli uomini sono molto comuni, proprio perchè è mancato, o è stato scarso, il primo modello di relazione con un maschio, cioè con il padre.

Sono certo riflessioni generiche e non è detto che per forza debba andare così. Altrettanto certa è l’importanza della figura paterna per i bambini e il poter coltivare con loro questa relazione!

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