Categoria: infanzia

Come si fa il gioco della lotta?!

Il gioco della lotta è un momento che piace molto ai bambini, in particolare ai maschietti.
Piace farlo con altri bambini, con i fratelli e anche con i grandi.
Ma come mai è così importante questo gioco? Che significati può avere?
Riflettevo su questo insieme ad una mamma, che mi parlava del suo bambino di 5 anni, al quale piace molto intrattenersi con il suo papà per diverso tempo in questa attività.
Il piacere di giocare è reciproco, ma questa mamma mi diceva che il suo bambino, dopo un certo tempo, diventava incontenibile, agitato, a volte aggressivo e faceva fatica a darsi un limite.
La lotta, come gioco, sembrava quasi diventare una vera battaglia.
Se prima la mamma vedeva un bambino e un papà che giocavano insieme, utilizzando il corpo, in maniera rispettosa e trasformando la lotta quasi in una danza di abbracci e risate, in un secondo tempo si è chiesta quanto e come non stessero superando un limite accettabile.
Perchè nell’attività questo bambino aveva iniziato a sfidare verbalmente, con toni accesi, e fisicamente, mostrandosi minaccioso, saltava in testa al suo papà quasi senza consapevolezza del benessere dell’altro, i tocchi con le mani erano diventati intensi e forti, tentava di utilizzare calci o gomitate.
D’altra parte, l’avversario, il padre, si mostrava passivo, inerme, non reagiva contenendo e ricordando l’importanza del rispetto e le regole del gioco, ma si adattava ai comportamenti del suo piccolo, accondiscendendo ad esso.
I bambini, soprattutto intorno a quest’età, vivono il loro papà sia come una figura da imitare, sia come una sorta di rivale. Questo è un processo di crescita tipico.
I bambini hanno bisogno di credere in parte alla fantasia di poter vincere contro il papà per essere i migliori o i più forti e, dopo, hanno bisogno di ricordare che il papà è una figura adulta e, in termini di onnipotenza, colui che non si lascia sfidare, vincere, abbattere simbolicamente dal proprio bambino.
Questi due passaggi gli permettono di crescere forti, con una buona autostima, con un’immagine paterna vicente da poter imitare e, nello stesso tempo, la presenza di un papà che controlla la loro fantasiosa onnipotenza e non gli permette di oltrepassare il limite, trasmette loro il senso del contenimento, delle regole, della regolazione.
Questa mamma aveva proprio capito che il gioco si era trasformato in qualcosa di controproducente e aveva potuto dare ad esso un significato relazionale ed affettivo costruttivo.

Genitori al posto dei bambini e bambini al posto dei genitori.

Laura è una bambina di 5 anni, va alla scuola materna, gioca con i suoi amichetti, si diverte. È socievole, simpatica, leader nel gruppo. Con le maestre della scuola fa un po’ fatica a rispettare le regole e lo stesso atteggiamento è fortemente presente con la sua mamma e il suo papà.
Laura li sgrida, alza la voce con loro, decide, se non comanda, sulle diverse cose quotidiane.
I genitori si adeguano a tutto ciò che lei dice, per cui decide lei quando alzarsi dal letto, cosa mangiare, che indumenti indossare, quanta tv guardare, cosa guardare, quanto giocare, cosa e come dire le cose agli altri, insomma, decide tutto lei.
Immaginate quanto possa essere difficile per una mamma ed un papà “domare” tutti questi comportamenti per farsi ascoltare e rispettare.
I bambini hanno spesso a che fare con l’onnipotenza. Ad esempio, intorno ai 2 anni hanno bisogno di sfidare l’adulto, opporsi a tutto ciò che esso dice, per sentirsi diversi, separati e quindi una piccola personcina in crescita. Questo avviene quando i bambini iniziano a dire di no per tutto, avete in mente? È un passaggio di crescita tipico di questo periodo, che permette loro di separarsi psichicamente dalla figura di accudimento primaria, restando comunque in rapporto con essa. In questo periodo, è fondamentale che i genitori restino fermi sulle loro posizioni.
Per la piccola Laura, questa fase ha preso una piega diversa.
Per prima cosa, non c’erano una mamma ed un papà fermi sulle loro idee e sui loro pensieri. Forse per il timore di dire troppi “no” e quindi di sentirsi separati e lontani affettivamente dalla loro bambina, e anche perché questi genitori conservavano dentro di loro un piccolo nucleo di un “Sé” ancora piccolo e ancora molto legato ai rispettivi genitori. Detto in parole più semplici, si sentivano ancora piccoli.
In secondo luogo, questo “via libero” ha consentito quella che si chiama “inversione di ruoli”, ovvero il mantenimento di una relazione dove sono presenti una mamma ed un papà ancora bisognosi di cure, attenzioni, accudimento, e una bambina che ha potuto giocare con la sua onnipotenza, non avendo limiti.
Laura, essendo poi molto sensibile, non solo ha assunto il ruolo genitoriale per poter decidere, comandare, dirigere la vita quotidiana della famiglia ma, sentendo la sua mamma ed il suo papà molto fragili e bisognosi si è assunta anche il ruolo della figura accudente, facendo le coccole a loro al posto che riceverle, decidendo per loro al posto che lasciarsi gestire, organizzando la quotidianità proprio come dovrebbero fare una mamma ed un papà.
Quindi…quanto è importante vedere da adulti i propri bisogni irrisolti, ancora presenti per diversi motivi, poterci fare i conti, per far sì che non ricadano in modo turbolento sui propri bambini.

Gravidanze difficili: quali possono essere alcuni aspetti psicologici.

“Questo bambino non vuole proprio arrivare!”: queste sono le parole di Iris, alla ricerca di una gravidanza da circa un anno, ad oggi alle prese con lo sconforto, la rabbia, l’impotenza legate a cio’. Ogni gravidanza è unica. A volte la cicogna arriva subito, altre volte si fa attendere. In questo secondo caso, una donna potrebbe scontrarsi con ansie e preoccupazioni profonde.
In primis, se un bimbo non arriva, una donna potrebbe pensare di non essere una buona madre, capace di dar vita ad una creatura e occuparsi di lei. Questa convinzione potrebbe radicarsi dentro le fantasie inconsce della mente e autoalimentarsi dell’assenza reale del bambino stesso.
Winnicott, illustre pediatra e psicoanalista, parla di una madre “sufficientemente buona” per il suo bambino, ovvero in grado di occuparsi di lui in modo sufficiente. Ma come fa una donna a soddisfare questo standard? Come si crea la stima di sé come madre?
Per rispondere a questa riflessione, dobbiamo fare un passo nella generazione precedente per passare da Iris alla sua mamma. Vi racconto la sua storia. Iris, che oggi ha 36 anni, tempo fa è stata una bambina. È stata accudita dai suoi genitori e, in particolare, dalla nascita e nella primissima infanzia, ha potuto godere delle cure della sua mamma in modo esclusivo. La sua mamma era sempre presente, forse troppo in alcuni momenti. Iris è cresciuta, passando da una tappa di sviluppo all’altra, senza troppe difficoltà, se non quella di sentirsi molto dipendente e, forse, ancora un po’ piccola. Ha sempre conservato dentro di sé una parte infantile molto accentuata. Anche da adulta, ad esempio, non ha mai goduto di una reale indipendenza né lavorativa né affettiva. Ha sempre sentito dentro di sé il forte bisogno di un altro accanto, di qualcuno che si prendesse cura di lei, che la amasse in modo esclusivo. Ripetendo, in tal modo, l’accudimento materno ricevuto. Ha avuto fortuna in questo, poiché ha trovato una persona che si incastrava perfettamente con queste sue esigenze. La difficoltà è arrivata al momento della decisione di diventare lei stessa madre. Intrappolata tra il desiderio di esserlo e la paura, inconscia, di diventarlo, ha dato vita ad un corto circuito emotivo interno, che ha bloccato la naturalezza della creazione. Mettersi nei panni di “madre”, assumere una nuova identità, più adulta, indipendente, affettivamente matura, si è scontrato con i suoi bisogni più infantili di figlia, con il desiderio inconscio di restare piccola, affettivamente dipendente dall’altro. Il prezzo da pagare per Iris era troppo, ovvero quello di perdere i privilegi dell’accudimento, per offrire lei stessa accudimento all’altro, al proprio bambino. Questo pensiero, che origina nella sua mente, ha bloccato il processo della gravidanza, nel suo corpo, per diverso tempo. Solo la consapevolezza di questo attrito interno di pensieri e vissuti ha fatto sì che si sbloccasse il nodo che si era creato.
Questo è solo un esempio di quelle che possono essere le ansie e le preoccupazioni di una futura mamma, influenti sul concepimento.

RABBIA ESPLOSIVA: COME COMPORTARSI COI PROPRI FIGLI.

RABBIAA volte mi capita di sentire da molti genitori che “non sanno più come fare”, a cosa ricorrere per farsi ascoltare dai propri bambini, per riuscire a tramandare i loro valori, la loro educazione. E allora, mi raccontano che, al limite della loro pazienza, ricorrono a sculacciate o schiaffi.
Dalle statistiche emerge infatti che in 1 famiglia su 4 si utilizza questo metodo educativo, chi in forma lieve e chi invece perdendo anche il controllo.
Allora mi chiedo: come si sente un bambino che viene educato con “la forza” e come si sente anche un genitore che utilizza la forza.
E c’è chi lo fa e poi è invaso dai sensi di colpa o c’è chi difende il proprio comportamento con affermazioni del tipo “tanto ha il pannolino e non gli faccio male davvero” oppure “uno sculaccione non ha mai ucciso nessuno” o anche “a volte una sberla è l’unica cosa che lo ferma” oppure “sono cresciuta anche io così e sono ancora qui”.

Ma quali sono le conseguenze?

Prendo in considerazione il ricorso alla forza solo come “pratica educativa” , lasciando da parte il tipico maltrattamento che merita considerazioni più approfondite.
Tutti i bambini imparano moltissimo per imitazione, osservano gli atteggiamenti di mamma e papà e , identificandosi con loro, li riproducono. Se mamme e papà utilizzano la sberla, o qualsiasi altro atteggiamento di forza, lui si sentirà autorizzato nel riproporle ai compagni, poiché ciò che pensa è: se lo fanno i miei genitori, allora si può fare e lo faccio!

Un’importante compito evolutivo è quello di imparare a mentalizzare, simbolizzare e verbalizzare le emozioni. Il genitore aiuta il figlio a crescere traducendo i suoi bisogni, le sue emozioni, in parole e dando risposte adeguate. Quindi se l’emozione è la rabbia e il genitore ricorre all’azione per esprimerla, ad esempio con una sberla, sarà difficile per il bambino sviluppare abilità di contenimento mentale delle emozioni e allora le agirà, senza tradurle in pensieri.

Avete in mente i bambini intorno ai 2 anni e gli adolescenti? Ecco, in entrambi i casi, i figli di questa età hanno bisogno di mettere alla prova i loro genitori per potersi anche creare una loro identità e stabilità. Metterli alla prova vuol dire opporsi alle richieste dei genitori, ribellarsi, fare di testa propria per inciampare e rimettersi in piedi.
In tutta questa dinamica però, i bambini e i ragazzi hanno grande necessità di sentire che ci sono dei limiti, dei confini, uno stop, che li proteggono, dei genitori forti a cui possono far riferimento che restano sicuri di sé e capaci di dare sostegno e contenimento. Per questo è molto importante non farsi abbattere da capricci e proteste e provare a rimanere sereni e fermi nei “no”. Ovvio che non è facile! E, a volte, viene proprio in mente che una sberla può funzionare in modo immediato e diretto….e a volte funziona, ma credo sia necessario rendersi conto delle conseguenze con cui fare i conti!
Rispondere con l’agito ferisce profondamente il bambino che si trova, ad esempio, a temere il genitore, a non vederlo più come una sicurezza oppure a continuare a sfidarlo sempre di più per testare sia il suo limite, sia per verificare la sua onnipotenza. In tutti i casi, il bambino si sentirà sempre più arrabbiato o umiliato o spaventato e con nessun tipo di insegnamento educativo da poter apprendere.
Inoltre, ciò che un bambino apprende nell’infanzia viene riproposto nell’adolescenza: sarà facile per un genitore gestire un adolescente ribelle e provocatore? Penso di no. E allora diventa importante insegnare a gestire le difficoltà nell’infanzia in modo costruttivo.

Come fare nel concreto?

E’ utile e costruttivo cercare di mettersi nei panni del piccolo e provare a vedere le cose dal suo punto di vista.
Così facendo molti dei suoi “capricci” verranno compresi come bisogni, ad esempio, quando un bambino piange è importante chiedersi perché, cosa gli crea disagio, qual è la causa; ed è solo così che troverete anche voi genitori un modo diverso per gestire il vostro bambino, prima di tutto con l’ascolto empatico.
Oppure, un piccolo di 12 mesi è incuriosito dal mondo e vorrà toccare tutto (le prese di corrente , oggetti trovati per terra). Questo spesso spazientisce il genitore, ma qual è la causa del suo comportamento? Il bambino è curioso, la curiosità lo porta ad esplorare l’ambiente per poterlo conoscere e, quando è piccolo, una modalità di conoscenza è il mettere in bocca. Certamente andrà fermato se l’esplorazione diventa per lui pericolosa ma, se non lo è, è importante lasciarlo fare, sorvegliandolo. Non c’è comunque motivo di arrabbiarsi né di dargli schiaffetti sulle mani che non capirà e non lo aiuteranno.
Oppure, se alla stessa età, si dimena sul fasciatoio scalciando e opponendosi alla vestizione: infuriarsi e sculacciarlo non è una buona idea, mentre immedesimandosi in lui si può capire che ha fretta di tornare a giocare e non capisce perché deve essere vestito e curato. Possiamo quindi cercare di sbrigare in fretta la faccenda, magari distraendolo con giochi e oggetti e canzoncine.
Credo che già il fatto di mettersi dal punto di vista del bambino e vivere i suoi comportamenti come legittimi per l’età, e non come opposizioni nei confronti dei genitori, smorzi l’istinto di educare con la forza.

E’ anche vero che bisogna tener conto di possibili momenti di difficoltà o di disagio del bambino che lo rendono più irritabile, reattivo, nervoso. A volte questi possono essere dei sintomi che ci dicono che c’è qualcosa che non va.
In questi casi, penso sia utile potersi confrontare con uno specialista e penso che lo sia anche nel caso in cui ci sia un adulto che fa proprio grande fatica a non ricorrere alle maniere forti….è importante capire perché un adulto scivola in questi comportamenti….solo comprendendone le dinamiche è possibile pensare ad un cambiamento! Chiedere aiuto non è facile, ma a volte è importante!

Infine, vi voglio lasciare con alcuni consigli pratici:
-il rimprovero è importante farlo verso il comportamento del bambino e non verso il bambino stesso: dire ad esempio “non mi piace quello che hai fatto” e non “sei cattivo”;
-è utile dare un rinforzo positivo ai comportamenti del bambino che fanno stare bene il genitore, che piacciono;
-per i comportamenti “negativi” è importante dire “no” con fermezza e coerenza, lasciando passare il fatto che le regole esistono ed è importante rispettarle, come l’adulto rispetta il bambino quando mostra un disagio;
– a volte, prendere una pausa per ritrovare la serenità reciproca può aiutare;
-lasciare al bambino, pensando ai più grandicelli, la possibilità di esprimersi e di scegliere e questo metterà i mattoni per una crescita forte e sicura;
-penso sia possibile anche lasciargli sperimentare le conseguenze delle sue azioni, anche se è può essere difficile per il genitore tollerare la conseguenza. Ad esempio, se lanciando un gioco rischia di rompere un oggetto, se il bambino non ascolta, credo si possa lasciare che sperimenti, lasciandogli poi affrontare le conseguenze dei suoi gesti, quali ad esempio l’aver deluso o fatto arrabbiare il genitore.

..… care mamme e cari papà, stiamo parlando di emozioni e di emozioni se ne può parlare, se ne deve parlare!!!! Aiuta a crescere!

CRISI A SCUOLA: PERCHE’ SI MANIFESTA, COME GESTIRLA

SCUOLAA volte i bambini si trovano ad affrontare delle sfide sul piano affettivo e relazionale, che metteno a dura prova il loro equilibrio emotivo.
Sto pensando ai diversi passaggi di vita che, se da una parte si presentano al bambino come un grande ostacolo, dall’altra rappresentano una grossa occasione di crescita.
L’inserimento alla scuola dell’infanzia o alla scuola primaria ne sono due esempi.

La “crisi” coinvolge non solo il bambino, ma anche le figure di accudimento intorno a lui.
Ed ecco che allora succede che i bambini iniziano a manifestare il loro disagio, attraverso il pianto, il rifiuto di andare a scuola, le lamentele sul piano fisico a volte usate come ottimo motivo per stare a casa, il croggiolarsi in un atteggiamento cupo e triste o, viceversa, l’espasperare comportamenti nervosi, agitati.
D’altra parte, a volte succede che il dispiacere contagi anche i genitori, i quali raccontano di un vissuto di tristezza e malinconia nel vedere il loro cucciolo andare a scuola, realizzando consapevolmente il suo percorso di crescita.

Ma cosa succede a livello più inconsapevole? E perché si attiva tutto questo?
Nel bambino e nei genitori sembra attivarsi l’ansia del sentirsi separati, come se questo distacco, creato dall’inserimento a scuola, fosse vissuto come un grosso vuoto tra loro.
E se la famosa “crisi” inizialmente rappresenta anche un modo sano per elaborare e digerire il distacco, se perdura nel tempo e non viene superata può rappresentare lo svilupparsi di un disagio.
Ma che cos’è l’ansia da separazione?
John Bowlby, nel 1951, individua un periodo particolarmente critico per il bambino in caso di privazione materna, ovvero tra i 6 mesi e i 3/4 anni, dove la reazione al distacco si manifesta con una fase di protesta, poi di disperazione e infine di distacco. Nel’ 59, Bowlby chiama questa risposta “angoscia di separazione” che, come dicevo, può essere funzionale per l’adattamento se di lieve intensità e durata; viceversa, può rappresentare un disagio se intensa e persistente.
In questo caso, in occasione delle separazioni in generale, come ad esempio quella rappresentata dall’inizio della scuola, il bambino manifesterà la sua sofferenza, come prima descritto.

Come si può evitare di cadere in questa seconda alternativa?
Nei primi anni di vita, le cure e l’amore genitoriale forniscono al bambino la “base sicura” che permette lo svilupparsi di un “attaccamento sicuro” tra di loro. Questa sicurezza emotiva, che passa dalla figura di accudimento primario al bambino, fa sì che lui possa più facilmente stare da solo con se stesso ed esplorare con più serenità l’ambiente circostante.
Ecco perché nelle scuole vediamo bambini che più facilmente tollerano il distacco dai genitori, mentre altri che fanno maggiormente fatica.
Ed ecco perché è fondamentale che i genitori riescano a trasmettere questa sicurezza emotiva nei primi anni, attraverso una presenza calda, attenta, rassicurante e che risponda ai bisogni del bambino in modo esaustivo.
La relazione primaria col genitore fa da specchio a tutte le altre e allora, se il bambino cresce con uno stile di attaccamento sicuro riuscirà più facilmente anche a far entrare altre relazioni nel suo mondo affettivo. Penso a quei bambini che facilmente riescono a passare dalla mamma, come base sicura, alla maestra e trovare qui, in questa figura, il sostegno emotivo necessario per affrontare la crescita sia sul piano relazione che didattico.

E come si fa con le eventuali ansie della mamma e del papà?
Vale lo stesso discorso. Se i genitori hanno potuto sperimentare un legame sicuro con le loro figure di accudimento allora il distacco dai propri figli avvera’ più facilmente.
Se invece risentono della capacità di separarsi dalle loro figure di accudimento, questo puo’ complicare il distacco che dovranno prima o poi operare con i propri figli.
Penso che, nel caso in cui questo passaggio sia davvero tanto complicato, sia utile una terza figura che aiuti nel districare questo nodo legato al timore dei distacchi.

LA REVERIE NEI PRIMI MESI DEI VITA DI UN BAMBINO: COS’E’?!

REVQual è uno dei compiti più importanti di una mamma con il suo neonato? La rêverie. Vi spiego di cosa si tratta in termini semplici.
Innanzitutto è una capacità innata di tutte le mamme, che si sviluppa grazie ai primi contatti con il neonato e cresce, cambiando, nel tempo.
La mamma, fin dalla gravidanza, è per il bambino il suo “contenitore”. La mamma contiene il bambino nella pancia durante la gestazione, lo con-tiene tenendolo in braccio quando nasce, contiene il suo pianto, le sue emozioni.
Per quanto riguarda quest’ultimo punto, la mamma ha la capacità di recepire ed interpretare i messaggi del suo bambino e di comprendere l’origine delle sue paure, delle sue angosce e delle sue sensazioni fisiche.
Per comprenderci, mi riferisco ad esempio al momento in cui il bambino piange e la madre, quasi magicamente, riconosce il pianto del figlio, sa a cosa è legato e quali sono i bisogni sottostanti. Come sanno le mamme, non è necessario nessuno studio, nessun libro da consultare, ma è una dote che la mamma ha naturalmente. Allo stesso tempo, il bambino sa che può contare su di essa per esprimere i suoi vissuti o disagi, sa che c’è un “contenitore mamma” che si occupa di lui e dei suoi bisogni.
A volte, può capitare che questa competenza nella mamma sia bloccata o limitata. Mi riferisco a quelle situazioni, come ad esempio, una depressione post partum, che interferisce a creare questa sintonia nella coppia mamma-bambino e che merita un supporto esterno per essere a sua volta contenuta.
Ma torniamo al concetto di rêverie, perché finora ho parlato di “contenimento”. Lo spiego con un esempio.
Il bambino piange, la mamma interviene, lo prende in braccio, gli parla e va incontro al suo bisogno, e il bambino si calma.
Cos’è successo in questa semplice e breve sequenza?
Il bambino, tramite il pianto, ha gettato fuori da sé qualcosa di insopportabile per la sua mente. Quando i bambini piangono, e non solo i bambini, esternano un’emozione spiacevole che non possono trattenere dentro di sé.
La mamma, con la sua empatia, sensibilità e disponibilità, lo ha contenuto, cioè accolto, ovvero si è resa disponibile ad aiutare il suo bambino, ad accettare ciò che il bambino le proponeva.
È qui che interviene la capacita di rêverie della mamma.
Essa trasforma questo contenuto doloroso, il pianto, in qualcosa di più tollerabile per il bambino, ovvero, ad esempio abbracciandolo o dandogli il latte, gli mostra che il pianto può passare, che il suo bisogno può essere colmato.
Il bambino allora “apprende” che se prima c’è un bisogno che crea dolore, frustrazione, pianto, dopo questo può passare e trasformarsi in un’esperienza piacevole, rassicurante, di affetto.
Perché ho voluto dare tanta attenzione a questa competenza di rêverie?
Perché è fondamentale per il bambino piccolo vivere esperienze di questo tipo, ovvero è importante che una madre ci sia nel momento in cui il bambino esprime un bisogno e necessita di lei come contenitore di questo bisogno, come colei che fa passare la frustrazione ad esso legata.
Se questo avviene, i bambini crescono sicuri di sé, capaci di gestire e tollerare le proprie frustrazioni, più indipendenti da grandicelli.
Quindi, in sostanza, l’esserci della madre con la mente prima, favorendo una buona dipendenza, aiuta all’autonomia.
Alcune teorie sostengono il contrario. Ad esempio, il lasciarli piangere cosicché si abituano alla frustrazione momentanea e possono fare da soli più facilmente.
Io credo che così la madre non passi al bambino la capacità di elaborare le emozioni e le frustrazioni, ma trasmette il suo non esserci. Il bambino apprende questo.
“Lavorare” con le emozioni è utile farlo lungo tutta la crescita di un bambino, poiché la vita, immancabilmente, gli presenterà diverse occasioni emotive che dovrà essere in grado di affrontare.

NON RISPETTO DEI BAMBINI: DUE STORIE VERE, SEGUITE DURANTE DEI LABORATORI

VIOSI SENTONO QUASI TUTTI I GIORNI NOTIZIE DI VIOLENZE SUI BAMBINI CHE FANNO STARE MALE TUTTI, DANNO UN NODO ALLO STOMACO, SPAVENTANO E RENDONO MOLTO MOLTO TRISTI. A VOLTE E’ DIFFICILE POTER PARLARE DI QUESTE ESPERIENZE PROPRIO PER QUESTI MOTIVI, PERCHE E’ DOLOROSO, ALTRE VOLTE PERCHE’ SI PREFERISCE NASCONDERE E NON DIRE NULLA, COME PER VOLERNE PRENDERE LE DISTENZE. MA ATTENZIONE, PERCHE’ E’ PROPRIO IL TENER SEGRETO, IL NON DIRE NULLA, CHE ALIMENTA LE VIOLENZE STESSE E NON AIUTA CHI SI TROVA A SUBIRLE. VI RACONTO DUE ESPERIENZE VERE RACCONTATEMI DA DUE PREZIOSISSIME CREATURE.

Gretel è una ragazzina di 12 anni e frequenta la scuola media. Si veste sempre in modo molto appariscente, a volte indossa un abbigliamento ai limiti della seduttività, accompagnato da un trucco evidente, lasciando intendere un forte desiderio e bisogno di essere vista. Durante i laboratori resta quasi sempre in disparte, in una posizione di ascolto, partecipando poco ai momenti di discussione in gruppo e giocherellando con il cellulare. Con fatica si riesce a comprendere i suoi vissuti rispetto alla tematica della violenza, anche se si nota un fortissimo interesse a riguardo, in particolare rispetto ai temi della sessualità.

Passano due incontri e notiamo Gretel sempre silenziosa e appartata, fino a quando, al terzo incontro, chiede di poter parlare con me e, durante un momento di riservatezza, si confida raccontando di un’esperienza che sta vivendo.

Dice di aver conosciuto un ragazzo, di circa 22 anni, presentatole dagli amici della sua compagnia e di sentire di essersi innamorata di lui. Lo racconta in un modo che mi fa sentire quanto sia confusa rispetto alle sue emozioni e ai suoi vissuti. Sembra mostrare un forte entusiasmo ma, nello stesso tempo, “la paura e la colpa di aver fatto una cosa sbagliata”, così dice lei.

Capisco che ha raccolto qualcosa dei semi che abbiamo dato a lei a al gruppo classe riguardo il rispetto del corpo e le tematiche della sessualità trattati duranti alcuni incontri; la mia sensazione è quella di averle aperto una finestra, di averle dato una visione differente di come i rapporti e le relazioni dovrebbero andare, tanto che alla fine degli incontri ringrazia il team di psicologhe in modo affettuoso.

Dice che questo ragazzo le dice delle frasi e delle parole che la fanno sentire importante, diversa dalle altre ragazze, che vale qualche cosa, che è la ragazza più bella che lui abbia mai visto, così che lei crede che per lui vale tantissimo. Passano ore e serate interminabili a scriversi via chat parole affettuose e questo dura da circa 2 mesi. Gretel dice di stare veramente bene quando lo sente, non vede l’ora dei momenti vuoti, dove non deve studiare o fare nuoto, per chiacchierare con lui on-line e spesso rinuncia a trascorrere dei momenti con le migliori amiche perché deve chattare con lui. Faticano a vedersi a causa della distanza, per cui Gretel si trova di fronte alla scelta di stare con gli amici o di fronte ad un pc. Spesso sceglie quest’ultima alternativa e sembra che, a causa di ciò, i rapporti tra lei e gli amici stiano svanendo, ma nessuno le dice nulla: le amiche non dicono nulla, poiché la capiscono e comprendono che un “fidanzato” può occupare tutto quel tempo; il gruppo di amici non dice nulla e quasi non sembra rendersi conto delle assenze dell’amica, assenze fisiche nei momenti in cui è’ a casa al pc, ma anche psichiche nei momenti in cui, fuori in paese con il gruppo, è assorta nella chat dell’Iphon; a scuola, nonostante vi sia un evidente calo nel rendimento scolastico, sembra esserci la paura di dire e di scatenare conflitti; a casa non dicono nulla poiché “è l’adolescenza”, dice Gretel riferendosi alle parole per caso sentite dalla mamma e poi perché “con il papà non posso parlare, mi sgriderebbe, non capirebbe e darebbe la colpa a me in ogni caso…sai, non gli piace come mi vesto!”, aggiunge la ragazzina.

Forse è scontato dire che Gretel ha un forte bisogno di essere vista. E lo manifesta nel modo più semplice, trasformando il suo corpo in un oggetto costruito, finto ed artificiale, che dentro sembra non avere un’anima, un’identità. Sappiamo che nel periodo dell’adolescenza e pre-adolescenza il bisogno principale o compito evolutivo è quello di iniziare a costruire la propria identità, attraverso un lungo cammino fatto da molti ostacoli, da salite e da discese, da momenti di regressione dove ci si sente ancora bambini, a momenti dove ci si crede grandi e responsabili e si pensa di non aver bisogno di aiuto.

Proviamo ad immaginare una ragazzina pre-adolescente che si sente qualcuno, si sente importante, solo se c’è qualcun altro, al di là di uno schermo, che glielo ricorda. Immaginiamo questa ragazzina che si sente unica e speciale solo perché ha le attenzioni di un ragazzo più grande che le fa sentire che la desidera. Immaginiamo Gretel che per sentire di esistere, di esserci, pensa di dover addobbare il suo corpo come un albero di Natale….tutti ricordano il Natale ….ma dov’è la sua autostima?! Come sta costruendo quella grande torre, che la sosterrà per tutta la vita, chiamata identità?! Sta mettendo mattone su mattone senza avere le fondamenta, costruendo una torre fragile, sensibile e, la cosa più grave, da sola!

La ragazza prosegue il suo racconto dicendomi che non si sente sicura. Perché questo ragazzo le piace molto, ma è grande e sta iniziando a proporle di vedersi ed uscire “dalle sue parti”, così dice lei. Ovvio che ciò che prova è una grande confusione emotiva e psichica: c’è il desiderio e l’adrenalina anche solo al pensare di provare ad uscire con questo ragazzo, alimentati dalla fantasia che per lui è unica e speciale e che stare con lui la farà sentire certamente così bene; ma, dall’altra parte, Gretel dice “non sono tanto sicura, se mi chiede delle cose?”, trasmettendomi tutta la paura , l’insicurezza, e la trasparenza di quei vissuti emotivi che funzionano e che le stanno dicendo “c’è qualcosa che senti che non va, fermati un attimo”.

Quello che faccio è cercare di accogliere e capire i suoi vissuti emotivi ambivalenti e confusi e di pormi a lei come una persona da cui attingere chiarezza rispetto a tali vissuti e come un sostengo e una giuda rispetto a ciò che riguarda le sue scelte. Seppur nell’immediato e limitatamente a quanto è possibile fare in 2 incontri, è stato importante per me poterla aiutare a mettere un paio, o forse più, di mattoni ben solidi utili per dare un senso ed un equilibrio alla torre della sua identità e, cosa altrettanto fondamentale, trasmetterle l’importanza di chiedere un consiglio, uno scambio, un confronto, riassumendo un aiuto ad un adulto, che ci sono gli adulti che sanno ascoltare ed aiutare, che è possibile fidarsi di loro.

All’ultimo incontro, si nota fin da subito una forte ansia. Gretel è irrequieta, distratta, assente col pensiero. Mi cerca perché ha bisogno di parlarmi e lo dice con le lacrime agli occhi, cercando di nasconderle, forse per l’imbarazzo. Mi dice che il famoso ragazzo l’ha invitata ad un incontro, soli loro due. Dice che lei “non è riuscita a dire di no, che da una parte non vedeva l’ora di vederlo, di provare dal vivo tutte le emozioni che le ha sempre fatto magicamente provare in un mondo parallelo”, ma dall’altra sentiva qualcosa, che ha chiamato “agitazione, tremori alle gambe, un nodo allo stomaco” ma che, in un primo momento ha trascurato. Va all’appuntamento. Racconta di essere andata a mangiare un gelato e che poi hanno preso qualcosa da bere. Dice che lui era dolcissimo, le ha anche tenuto la mano. Dice che hanno fatto una passeggiata, raggiungendo poi la macchina, dove lui le ha proposto di salire e di accompagnarla a casa. Lei sale, dice che è stato veramente gentile. Vicino a casa, le propone l’alternativa: fermarsi un attimo nel parcheggio, un po’ coperto. Gretel dice di iniziare qui a sentire qualcosa che non andava bene, come una “vocina”, dice lei, che mi diceva di non accettare. Accetta la proposta. In macchina, da soli, lui si avvicina a lei e comincia a farle delle carezze. Gretel dice di avvertire i tremori, così chiamati da lei. Accoglie le carezze. Il ragazzo prosegue e la bacia. Lei accoglie il bacio, anche se non voleva, afferma. Poi lui inizia ad approcciarsi a lei in modo differente e seduttivo, che lei descrive come “non mi ascoltava neanche, mi allontanavo e lui si avvicina di più, insistendo”, facendo intendere la più completa mancanza di rispetto, ed è qui che ha pronunciato le parole “no, non voglio”, facendosi poi accompagnare realmente a casa.

Percepivo ancora, mentre raccontava, il tremore della paura vissuta quella sera. Tra le lacrime, mi ringrazia, perché dice, a posteriori, che ha ascoltato ciò che gli suggerivano le sue emozioni ed i suoi vissuti.

In effetti, ciò l’ha salvata e protetta.

Ma aggiunge che si sente cattiva e quando le chiedo il perché, dice che “lui è stato così gentile e carino con lei e che lei non gli ha dato niente in cambio, che si è comportata da stronza”. Sembra portare un senso di colpa, ma che non le appartiene, alimentato anche dalla fantasia di aver sedotto il ragazzo con il suo atteggiamento e modo di apparire provocanti. Cerco di farle capire che non si parla di colpe ma che la responsabilità avrebbe dovuto essere del ragazzo, maggiorenne e giovane adulto, che non ha saputo rispettarla nelle sue emozioni, ma è stato molto difficile cercare di aiutarla a disinvestire se stessa dalla colpa legata al pensare di aver provocato il ragazzo con il suo modo di vestire o di porsi. C’è poi un papà che le dice proprio così….

Per finire, la invito a condividere l’esperienza ed a elaborare tutti i suoi vissuti con una persona di cui si fida, che la sappia ascoltare ed aiutare a capire. Cercando insieme a lei di individuare una figura per lei importante che sappia sostenerla, la conclusione è stata: non ho nessuno, non saprei a chi rivolgermi, chi mi può ascoltare?

Nei nostri laboratori, abbiamo potuto constatare, con amarezza, la solitudine dei ragazzi di oggi, scarsamente consapevoli delle situazioni di rischio in cui possono inciampare e soli nel poterle affrontare in un modo che li faccia sentire protetti ed sostenuti. In particolare, abbiamo avuto la conferma di come vi sia una forte dipendenza da internet e dai social network, sia nei preadolescenti che nei bambini delle scuole elementari, come se non si sentissero pronti o capaci a coltivare relazioni in modo diretto ed umano e come se sentissero che l’unica strada per avere amici e sentirsi cercati, importanti, visti, sia nel mondo virtuale, portando così, fuori da quel mondo, a relazioni sterili dal punto di vista emotivo e all’incapacità di renderle produttive.

Hansel è un bambino di 10 anni. È sempre molto attento durante i laboratori anche se alterna dei momenti in cui si mostra agitato, come se non riuscisse a contenere la sua ansia e come se ci fosse qualche pensiero che lo turba, che non lo rende sereno e che gli fa vivere uno stato di tensione a livello emotivo e corporeo.

Quando affrontiamo il tema della violenza fisica o, con le parole usate coi bambini, della mancanza di rispetto che alcune persone possono avere nei confronti del corpo e delle emozioni loro, emergere dal gruppo classe una grossa questione che vede tutti i bambini alleati e portatori del pensiero “mamma e papà possono picchiare i bambini” e noi psicologhe, alleate sull’altro fronte, che cerchiamo di trasmettere ai bambini un pensiero differente, ovvero che mamma e papà possono trovare dei modi diversi dal picchiare, per spiegare ai bambini o far capire loro i valori o le regole.

Si è proprio potuto constatare uno spaccato tra il nostro pensiero ed il loro. Ma ciò è stato ugualmente importante perché poter passare ad un bambino il messaggio che quello che sta vivendo non lo fa stare bene, vuol dire fornire a quel bambino già una grossa competenza. Gli si mostra che esiste una versione delle relazioni differente dalla sua e ciò gli permette di elaborare ciò che subisce in un modo diverso, ovvero come una cosa sbagliata, che non lo fa stare bene e che non ha il diritto di subire. Questi elementi gli permettono di creare una difesa psichica per far fronte alla violenza fisica e psicologico-emotiva subita. Viceversa, un bambino che non ha occasione di scoprire che esiste un altro modo per stare con mamma e papà, apprenderà che quel modo che subisce è corretto, giusto e l’unico possibile.

E mi collego qui a ciò che ci dice Hansel perché le sue parole sono state veramente importanti.

Hansel dice: “ma guarda che la mamma mi picchia perché me lo merito, quando mi dà la sberle lo fa perché così imparo le cose giuste…poi scusa ma, se sono stato cattivo, me le merito. È vero che fa male, a volte, ma la mamma mi vuole bene lo stesso”. E prosegue, in un incontro successivo, dicendo che “io non posso dirlo al papà, perché la mamma non vuole, poi mi dice che se scopre che io l’ho detto mi picchia ancora più forte, ma non con le mani, con altre cose”.

Insomma, stiamo parlando di un bambino che riconosce che essere picchiato lo fa stare male, nel suo corpo, ma anche nelle sue emozioni. Hansel è un bambino che ci dice, dopo alcuni incontri che gli permettono di capire, ed in parte elaborare, che è un bambino triste e anche molto arrabbiato. Riesce ad entrare in empatia con se stesso, con la sua parte emotiva, che gli permette di sentire che c’è qualcosa che lo fa stare male. Ma ciò conta poco per lui perché, come vedete, difensivamente, in modo immediato, cerca di passare dai vissuti alla razionalità dicendoci che “è giusto essere picchiati perché così impara le cose”. In modo difensivo, cerca di proteggere se stesso, perché solo così può tollerare il suo stare male, e la mamma, perché solo così può proteggere l’immagine idealizzata di una mamma che fa le cose buone per lui e che gli vuole bene.

Hansel è anche un bambino che dice di sentirsi cattivo. Un bambino che si sente così, è un bambino che crede sia giusto meritarsi di essere picchiato, perchè è una punizione al suo essere cattivo. Gli adulti devono imparare che non esistono bambini cattivi!! Al massimo esistono bambini che fanno delle cose che gli adulti giudicano sbagliate, inappropriate e che è importante insegnare loro l’alternativa più appropriata, spiegandogli le cose con le parole, guidandoli nella crescita. Spesso invece, sono gli adulti che agiscono le proprie rabbie e frustrazioni, e che non riflettono insieme ai propri bambini, che fanno sì che i bambini si sentano cattivi e meritevoli delle loro punizioni.

Torna poi la questione della solitudine. Hansel dice che “non può dirlo al papà”. Immaginiamo allora questo bambino che si sente cattivo, sbagliato, con una mamma che lo picchia per questi motivi e con un papà che sente così lontano, così impotente, sul quale sente di non poter contare, di non poter condividere con lui i suoi vissuti. Hansel è un bambino che fa sentire tutta la solitudine di una prigionia materna fredda ed onnipotente.

E sento il bisogno di soffermarmi su un altro punto di fondamentale importanza: la questione del ricatto e della necessità del segreto. Hansel dice che se si confida con il padre la mamma lo picchia ancora più forte e specifica che avverrà in un modo ancora più crudo. Questo ricatto fa sentire il bambino vincolato, senza una via d’uscita, con l’unica possibilità di dover mantenere un segreto che lo fa stare male, tutto da solo, senza la possibilità di farsi aiutare dal suo papà.

Qualsiasi adulto, e tanto più qualsiasi bambino, quando subisce un trauma o è invischiato in una relazione che lo fa stare male e dalla quale è difficile uscire, e non riesce a trovare le parole per raccontare, per liberarsi e per condividere gli aspetti emotivi sottostanti, è un adulto o un bambino che si porta dentro una sofferenza logorante, un minestrone di emozioni di rabbia, confusione, tristezza, vuoto e colpa.

I bambini hanno il diritto di essere aiutati a stare bene e hanno il diritto di stare bene, e gli adulti hanno il dovere e la responsabilità, di trattare i propri bambini con rispetto e amore.

Con i nostri laboratori abbiamo voluto trasmettere ai bambini e ai ragazzi l’importanza del rispetto, del dare rispetto e ricevere rispetto. Il nostro desiderio era quello di dar loro una valigetta emotiva dalla quale attingere gli strumenti per crescere più forti, più sicuri, fiduciosi delle loro competenze e fiduciosi di quello che sono e sanno fare. Sappiamo e crediamo alla loro forza e alle loro capacità ma, in generale, li abbiamo sentiti molto fragili, con una scarsa fiducia nei confronti degli adulti e così soli.

E ALLORA COSA FARE? DESIDERO PROPRIO DARVI DUE PICCOLI MA INDISPENSABILI SUGGERIMENTI. E’ FONDAMENTALE CREARE CON I PROPRI BAMBINI UNO SPAZIO DI ASCOLTO, DOVE NON SI SENTANO GIUDICATI, ACCUSATI, MA DOVE POSSANO INVECE SENTIRE DI POTERSI FIDARE, DI POTER TROVARE UN ADULTO CHE SAPPIA ASCOLTARE EMPATICAMENTE E SOSTENERE EMOTIVAMENTE. I BAMBINI VITTIME DI VIOLENZE HANNO BISOGNO DI ESSERE ACCOMPAGNATI AD USCIRE DAL SILENZIO, DAL TABU’, CHE SI CREA INTORNO ALLA VIOLENZA STESSA. IN SECONDO LUOGO, E’ IMPORTANTE CREDERE ALLE COMPETENZE DEI BIMBI E DARE LORO DEI SEMPLICI STRUMENTI CHE SONO: 1.SAPER ASCOLTARE LE PROPRIE EMOZIONI E 2. COSì CHE SE C’è QUALCOSA CHE NON VA, POSSANO CHIEDERE AIUTO. PUO’ SEMBRARE POCO MA SPESSO E’ PROPRIO NEI CASI IN CUI QUESTI ELEMENTI NON CI SONO CHE NON SI RIESCE AD USCIRE DAL CIRCOLO VIZIOSO DELLA VIOLENZA.

LA MAGIA DELL’ADOZIONE

ADOPenso che dare ad un bambino una mamma ed un papà che non ha potuto avere sia una cosa quasi magica..
Winnicott dice che basta essere dei genitori “sufficientemente buoni” e credo che anche un’adozione lo possa essere. Ma come?
Un bambino ha bisogno di riuscire ad avere un attaccamento sicuro alla mamma e al suo nucleo familiare e quelli che hanno scelto di essere i suoi genitori, di aver cura di lui giorno dopo giorno nella quotidianità della vita non possono che essere la sua mamma ed il suo papà. Solo loro i genitori di quel bambino, ovvero coloro che hanno scelto di esercitarne il ruolo. Per non creare confusione al piccolo, penso che il termine di “mamma” e “papà” sia importante utilizzarlo per identificare i genitori adottivi.
Ciò non implica l’esclusione dei genitori biologici!!! Credo che sia altrettanto importante mettere al corrente il bambino della loro esistenza…ovviamente al momento più opportuno, che sarà unico per ogni piccolo.
Per avere un attaccamento sicuro all’ambiente è necessario sentire il senso di appartenenza ad esso. Spesso capita invece che si senta un senso di estraneità, soprattutto se pensiamo agli adolescenti, il cui compito evolutivo è proprio quello di rimettere in discussione la loro storia ed i loro legami. E allora la ferità del sentirsi estraneo, che può rischiare di trasformarsi anche in angosce più profonde, può essere curata attraverso una comunicazione che restituisca un senso ed una storia. Posso proporvi un piccolo esempio per il vostro bambino: “tu sei nato dalla pancia della signora X, perché la mia pancia non funzionava bene, ma hai poi trovato il nostro nido, la tua culla, la tua casetta, e la tua mamma ed il tuo papà, che siamo noi poichè sei cresciuto con il nostro amore, con le nostre coccole, con le nostre cure…”.
Pensate ad un bambino, a quello che può pensare e provare sapendo della sua storia… Ovvio che l’emozione che più facilmente può provare è quella della confusione…ed è del tutto tipica!!! Il compito dei genitori adottivi credo che sia proprio quello di accompagnare il proprio bambino nella ricostruzione della sua storia, mettendo chiarezza e, soprattutto, accogliendo le domande, i dubbi, le perplessità, a volte anche le rabbie, che ciò inevitabilmente suscita.
Un altro aspetto utile è quello di non creare scissioni e di non prendere una posizione di giudizio rispetto alla scelta che hanno fatto i genitori naturali: hanno dato vita al vostro bambino e fanno parte del suo passato e anche del vostro presente, per cui penso sia importante parlare di loro in modo positivo, per esempio, raccontando della loro scelta non in termini di abbandono, ma in termini di impossibilità o incapacità. Il senso di abbandono da parte dei genitori è difficilmente tollerabile da un bambino, mentre l’idea della rinuncia e la consapevolezza di non potersi occupare di lui sono dolorose ma emotivamente tollerabili e gli renderanno più accettabile il riappropriarsi della sua storia.
La narrazione di questa storia penso sia un momento speciale, a volte difficile, che lega i genitori adottivi ai proprio bambini. L’appartenenza, di cui parlavo prima, penso possa essere costruita attraverso la condivisione del significato dell’intera storia, narrata al bambino sottoforma di un racconto che tenga conto dell’uso di parole, che curano e non feriscono, dell’età e delle capacità di comprensione emotiva del piccolo e, sempre, raccontando la storia vera.
Alcuni genitori mi raccontano delle loro paure e del loro bisogno di proteggere il bambino dalla vera storia della sua vita. È vero, credo che sia facilmente possibile pensare di poter perdere il proprio bambino raccontando la verità. Posso darvi un piccolo consiglio su cui riflettere: perché non condividere con il vostro bambino anche queste paure che vi affliggono? Siamo e siete umani, è del tutto normale provare emozioni così forti e spaventanti e non è possibile, ma sarebbe bellissimo il contrario, tutelare e proteggere il bambino da queste emozioni, perché le proverà anche lui durante la crescita. Allora, parlate di queste emozioni , onde evitare che si trasformino in fantasmi persecutori.

MAL DI PANCIA E DISTURBI VARI…SINTOMI PSICOSOMATICI?!

MALMal di pancia improvvisi, mal di testa inspiegabili, apaticita’ oppure estrema agitazione, disturbi nel sonno, dermatite atopica. Che significato hanno? Come aiutare bambini e genitori a superare questi disagi “psicosomatici”?
Capiamo prima di tutto perché ci sono.
Il bambino difficilmente usa le parole per esprimere le sue emozioni e i suoi conflitti, come invece solitamente fa l’adulto.
Il bambino usa il comportamento ed il corpo.
Mente e corpo sono quindi stettamente collegati, tant’e’ che l’espressione di un vissuto va di pari passo con le tappe di sviluppo. Mi spiego. Per un bambino piccolo il vissuto si puo’ esprimere attraverso la pelle, difatti intorno ai 6 mesi circa di vita potrebbe esserci l’esplosione di una dermatite atopica, magari espressione di un conflitto nella separazione con la figura di attaccamento. Proseguendo, un bambino intorno a 1 anno circa potrebbe esprimere i suoi conflitti mostrando un comportamento estremamente iperattivo. Alla scuola materna, ciò potrebbe trasformarsi nella comparsa di un tic o esprimersi come un dolore somatico, ad esempio un mal di pancia. Alla scuola elementare frequenti sono le lamentele legate alla cefalea.
Quando un sintomo nel corpo non ha nessun correlato eziologico, cioè di causa, con un fattore medico, allora si parla di disturbo psicosomatico.
Il sintomo, in questo caso, è un compromesso tra corpo e mente , una soluzione di ripiego.
Per questo motivo, è molto importante aiutare i bambini a dare un significato al sintomo, tradurlo, usando le parole per comprendere le emozioni. È il lavoro che fa uno psicoterapeuta nel suo studio e, in modo diverso, è anche uno strumento che può utilizzare il genitore a casa per aiutare il bambino a superare i suoi conflitti.
Questo metodo è qualcosa che risale fin dai tempi di Freud, il quale riuscì a trovare il nesso tra certi dolori fisici e fantasie dei suoi pazienti, a parlarne con loro, e assistette così alla scomparsa dei sintomi iniziali.
Perché i bambini prediligono la via espressiva del corpo?
Perché lo loro psiche appare ancora immatura da un punto di vista evolutivo.
È nella relazione con la madre che essa si struttura, attraverso l’accudimento continuo, nel tempo.
È la madre che “presta” al bambino la sua mente, capace di elaborare vissuti e situazioni, e il bambino la fa sua, essendo con la madre in una relazione molto intima dove ciò è possibile.
Per alcuni autori, i disturbi psicosomatici rappresentano la mancata o difficile separazione tra la mamma ed il suo bambino.
Mi spiego. La relazione “intima” o “simbiotica”, prima definita, è un passaggio tipico, una condizione di relazione normale nei bambini piccoli, prima dell’anno, con la loro mamma. È qualcosa di necessario per la crescita del bambino come persona. Poi ci si deve avviare alla separazione e, a volte, ciò puo’ risultare complicato sia per la madre che per il bambino. Il famoso “oggetto transizionale”, ovvero una copertina, un peluche che il bambino porta sempre con se’ o altro ancora, serve proprio per facilitare questo passaggio. Se ciò avviene con difficoltà o non avviene, ecco che il conflitto che il bambino vive si presenta con un disturbo nel corpo.
Cosa può fare un genitore?
Può aiutare un bambino a mettere in parole sentimenti ed emozioni, può giocare molto con lui poiché il gioco gli permette di esternare simbolicamente i suoi vissuti e conflitti e condividerli cosi’ con la mamma o il papà, può disegnare insieme a lui, poiché nel disegno il bambino simbolizza ciò che pensa o prova. Così, tramite questi semplici strumenti, il bambino può iniziare ad esprimere ciò che c’è dentro il suo mondo interno e, insieme ad un genitore attento ed accogliente, capire i suoi conflitti e attenuarli.

IL PAPA’ : NUOVI RUOLI RICONOSCIUTI

PAPA2Secondo Margaret Mahler, psicoanalista, i bambini piccoli, nei primissimi mesi di vita, affrontano una fase detta ‘simbiotica’ durante la quale credono di essere un tutt’uno con il corpo della madre e dipendendo totalmente da essa.

Questo rapporto assolutamente funzionale al corretto sviluppo fisico e psicologico del bambino va oltre alla semplice funzione di assolvere alle necessità biologiche legate alla sopravvivenza: ciò di cui il bambino ha più bisogno per un corretto sviluppo psicologico è il soddisfacimento ‘fisico’ del bisogno di affetto, tenerezza, amore ottenuto attraverso il contatto e l’interazione con la madre.

La mamma è indiscutibilmente la “fonte” del sostentamento fisico e psicologico del bambino e nessuna scienza potrà mai spiegare la magica empatia che lega una madre al suo piccolo.

In questo rapporto simbiotico tra madre e figlio, che ruolo ha il padre? Sapete che già dalla terza settimana di vita i bambini hanno reazioni diverse a seconda che si trovino in presenza della madre o del padre?

Questo avviene perché entrambi i genitori si relazionano al bambino in modo diverso: la madre per curare e calmare, il padre per giocare e stimolare; alla madre spetta, attraverso la soddisfazione del bisogno di nutrizione, trasmettere il messaggio dell’essere amati, di essere appunto “nutriti di amore”, di essere desiderati, voluti, accettati per quello che si è; ma è la presenza del padre a dare l’imprinting ai futuri rapporti sociali del bambino con il resto del mondo.

Sul rapporto col padre si basa buona parte dell’autostima che il bambino avrà verso se stesso.

Questa funzione si amplifica se si parla di bambine. Infatti, il padre è il primo uomo con cui una bambina interagisce, e sarà proprio questa figura ad influenzare i rapporti futuri con qualsiasi altra figura maschile con cui si relazionerà.

Nella storia dell’umanità, la cura della prole è sempre stata compito delle donne, mentre l’uomo era considerato fondamentale per il sostentamento economico della famiglia. Ora, sembra che un lento ma costante mutamento all’interno dei costumi sociali abbia risvegliato nel maschio un insospettabile istinto paterno latente.

Ricerche attuali confermano come la maggior parte dei papà di oggi si occupano del loro bambino, facendogli il bagnetto, portandolo a letto la sera e accudendolo come di solito fa una mamma.

È scientificamente provato: l’uomo contemporaneo, dopo secoli di esclusione dall’educazione e crescita della prole, è giunto alla consapevolezza che partecipare attivamente alla crescita e all’educazione dei propri figli non rappresenta solo un bene per il bambino ma soprattutto si rivela fonte di soddisfazioni per il padre stesso.

Non pensate che ciò possa avere un affetto benefico anche all’interno della relazione della coppia mamma-papà?

Io credo che, se i compiti ‘famigliari’ vengono divisi equamente, vi sia anche una maggiore serenità all’interno della famiglia stessa.

E questi nuovi padri, possono essere intesi come figure sostitutive della mamma?

Io credo sia importante non confondere i ruoli!

Non bisogna dimenticare che il padre è simbolicamente la figura che funge da guida, è il tutore delle norme, delle regole sociali da rispettare, dei diritti e dei doveri, è il responsabile del necessario distacco tra il bambino e la madre, fondamentale affinché il bambino possa fare il suo ingresso nel mondo esterno. E rinunciare allo storico ruolo autoritario della figura paterna non vuol dire perdere la componente di autorevolezza che aiuta il bambino a crescere emotivamente equipaggiato per affrontare con sicurezza e serenità il mondo esterno.

Io credo che il suo ruolo vada letto come “completamento” della madre.

Un padre a 360 gradi, ovvero padre, marito e uomo, che ha un suo ruolo ben definito accanto alla madre, con la quale crea un rapporto di cooperazione volto a coprire i ruoli di ognuno secondo la propria sfera d’azione all’interno di un unico contesto quale è la famiglia, rendendosi l’uno insostituibile all’altro.

E cosa succede allora quando un papà è “assente”?

Possiamo già affermare che esiste una differenza significativa tra i figli maschi e femmine rispetto alla ripercussione emotiva dell’assenza del padre.
I ragazzi sono generalmente colpiti più duramente.
Tendono generalmente ad avere difficoltà a concentrarsi a scuola,
disturbi con deficit di attenzione e iperattività e disagi a livello della condotta, mancando l’assetto autorevole del papà.
La mancanza del padre aumenta significativamente la probabilità che un ragazzo agisca la rabbia ed è molto comune per le madri avere difficoltà a gestire in particolare i ragazzi adolescenti senza padre.
Le ripercussioni più gravi si hanno anche a livello dell’
identità maschile: mancando un riferimento adulto maschile, spesso la costruzione dell’identità, che è già di per sè un processo complicato, risulta altrettanto difficile e spesso il risultato è una confusione identitaria.

In aggiunta, si crea un fortissimo legame con la figura materna che, a volte, può diventare quasi fusionale: il padre ha proprio il compito di inserirsi in questo legame e facilitare il passaggio da una relazione a due a una relazione a tre e, se manca, ciò risulta difficile.
Fra le ragazze, gli effetti dell’assenza del padre sono spesso traslati nel tempo durante la pubertà.
Agiscono spesso in quel periodo un
comportamento sessuale esageratamente seduttivo e promiscuo e le difficoltà nel formare rapporti sani e durevoli con gli uomini sono molto comuni, proprio perchè è mancato, o è stato scarso, il primo modello di relazione con un maschio, cioè con il padre.

Sono certo riflessioni generiche e non è detto che per forza debba andare così. Altrettanto certa è l’importanza della figura paterna per i bambini e il poter coltivare con loro questa relazione!

SINTONIZZAZIONE MAMMA-BAMBINO

SINTSi parla di “sintonizzazione emotiva” riferendosi alle capacità della mamma di entrare in empatia con il proprio bambino, sintonizzandosi sui suoi bisogni per poterli soddisfare. L’osservazione o lo sguardo sono, ad esempio, degli ottimi strumenti per adempiere a questo compito.

Coi bambini piccoli è fondamentale il contatto visivo perché trasmette loro la sensazione di esistere e, a volte, accade che una mamma non riesca o non possa sostenere questa interazione. Ad esempio, se una madre soffre di depressione post partum, vive una sofferenza in cui vi è una maggiore concentrazione sui propri bisogni, con la conseguente trascuratezza dei bisogni del piccolo, che si sentirà come non visto dalla propria mamma.

In alcune ricerche si è visto come i bambini che mostrano un comportamento iperattivo, per cui sono perennemente agitati, sembrano adottare questo atteggiamento con lo scopo di catturare l’attenzione materna e il contatto, visivo e non, con lei, come per volerla “rianimare” e sentire di esistere a loro volta come conseguenza.

Allora di cosa hanno bisogno i bambini, in base a questa questione?

Che una mamma sappia adattarsi in modo “sufficientemente buono”, come direbbe Winnicott, alle esigenze del suo bambino, affinchè non debba attendere troppo a lungo una risposta alle sue richieste e abbia l’impressione di “essere lui stesso il creatore della risposta”. La risposta può riguardare l’attesa della pappa, il momento di salutarsi per andare a letto e tutti gli altri momenti di relazione mamma-bambino.

In termini più semplici, è importante che ci sia una risposta tempestiva ed adeguata della mamma, affinchè vi sia una coincidenza tra il bisogno che nasce nel bambino e la risposta che arriva dalla madre. Se si anticipano i bisogni del bambino o se si ritarda troppo nella risposta, l’effetto sarò simile in entrambi i casi: si provoca un sentimento di impotenza di fronte ad un mondo esterno che il bambino non riesce più a comprendere, poiché inizia a risultargli imprevedibile.

Le conseguenze? Il bambino può ad esempio diventare anch’esso depresso, poiché si sente solo nei suoi bisogni, oppure sviluppare capacità di controllo verso la madre il che lo rende più insicuro, dipendente e sensibile ai cambiamenti.

Dove si possono notare questi segnali? Ad esempio, nelle esperienze di separazione. Se il bambino avrà una interiorizzato una mamma sufficientemente buona, queste esperienze avverranno con naturalità: al distacco dalla mamma il bambino potrebbe ricorrere all’auto-consolazione, ad esempio succhiandosi il pollice, ritrovando in questa e altre attività il piacere di stare con la mamma.

Viceversa, quando si separa e non regge il vuoto del distacco, ha bisogno di controllare all’esterno ciò che gli sfugge all’interno, quindi diventa dipendente dall’ambiente, ad esempio tramite i capricci, che diventano un mezzo per tentare di controllare la dipendenza.

O ancora, se un bambino non ha investito affettivamente nella relazione materna, sostituisce la madre, sempre percepita come lontana dai suoi bisogni, con comportamenti quali il dondolio, battere la testa contro il muro, strapparsi i capelli. Che significato ha tutto ciò? Siccome non sente una madre che, tramite lo sguardo, gli trasmette la sensazione di esistere, trova da solo questa sensazione con comportamenti auto lesivi, ovvero farsi del male gli permette di sentire il suo corpo e sentire di esistere.

Abbiamo parlato di capacita di sintonizzazione ed una mamma può chiedersi “chissà se io ce l’ho?! Chissà come è andata con il mio bambino?!”. Nella mamma è una capacità innata che fa parte dell’istinto materno; come detto, in alcuni casi può nascondersi dietro altre difficoltà o sofferenze, ma non la si perde…

IL LUTTO NEI BAMBINI: COME STARGLI VICINO

Una perdita è dolorosLUTTOa per tutti, sia per i bambini che per gli adulti.
Quando avviene un lutto in famiglia, l’atteggiamento spontaneo e naturale che può avere il genitore verso il proprio bambino è quello di proteggerlo dal dolore della perdita.
La perdita è però purtroppo avvenuta e l’unica cosa che possono fare una mamma o un papà è accompagnare il bambino nel processo di elaborazione del dolore associato alla perdita stessa.
E questo è un passaggio fondamentale che e’ importante fare e non rimandare o delegare.

Il vissuto del lutto cambia in base all’età dei bambini.
Fino ai 5 anni circa, un bambino non è ancora in grado di differenziare appieno tra una perdita temporanea e definitiva, ovvero può essere presente la fantasia di poter rivedere la persona o il proprio animaletto, che loro tornino.
Più tardi, dopo i 7 anni circa, è invece in grado di comprendere il concetto di irreversibilita’ del lutto, ovvero il fatto che se vi è la perdita di una persona o di un animale, questi non li si vedranno più.

Proprio perché la concezione del lutto non è così chiara, è importante che un genitore trovi il coraggio e la forza di parlare al proprio bambino della morte: che cos’è, perché avviene, come si fa ad affrontarla, quali emozioni provoca e così via.
Spesso si ha il timore di affrontare questi argomenti coi propri piccoli, perché si avverte il bisogno di proteggerli da un tema di grossa entità e dalla forte intensità emotiva.
In realtà, un bambino ha bisogno di capire e la chiarezza, fornita da un genitore, è importante perché dà la sensazione del controllo e della conoscenza.
Tutti, a qualsiasi età, ci sentiamo più sicuri di fronte ad una cosa conosciuta, che ci permette quindi il controllo delle emozioni.
Un genitore può fare degli esempi, partendo da situazioni accadute davvero, magari più lontane affettivamente al bambino per attenuarne l’emotivita’ e dare più spazio al pensiero, ad esempio può essere un vicino, un animale, l’esperienza di qualcun’altro.

Di fronte ad un lutto, un bambino può sentirsi arrabbiato, perché lasciato dalla persona o dall’animale a cui si voleva bene, può sentirsi profondamente solo e triste, può sentirsi in colpa e responsabile della morte, può avere il timore che possa accadere ad altre persone vicine, potrà desiderare di raggiungere la persona persa, potrà regredire a livello del comportamento o manifestare malesseri fisici o tante altre reazioni ancora.
In ogni caso, è fondamentale lasciare lo spazio per elaborare tutto questo turbinio emotivo: lasciare lo spazio per piangere la persona, ricordarla, per sfogare la rabbia, per capire.
Cosa può aiutare in questi casi?
Oltre al tempo, che permette la naturale elaborazione del lutto, può essere importante salutare la persona o animale persi.
Ciò può essere fatto attraverso dei riti di saluti personali o seguendo il classico rito del funerale.
È di aiuto al bambino, prepararlo al climo emotivo che incontrerà in entrambe le situazioni : il rito di saluto è un momento in cui si concede alla persona amata di andare via, la si saluta e ci si distacca ulteriormente e ciò può alimentare ulteriori emozioni.
Un bambino preparato in questo avrà la percezione di un maggior controllo e si sentirà più sicuro.

ALLATTAMENTO AL SENO E CON IL BIBERON: ASPETTI PSICOLOGICI

Allattare i bambini al seno per farli crescere più sereni: è quanto emerge da uno studio britannico della Oxford University pubblicato su Archives of Disease in Childhood da cui emerge che l’allattamento al seno, per almeno i primi quattro mesi di vita del neonato, può ridurre di un terzo il rischio che i pargoli sviluppino disturbi di vario tipo tra cui ansia e iperattività.

Lo studio è stato condotto su 9.ALLATT500 mamme e i loro bambini nati tra il 2000 e il 2001, il 50% dei quali – il 29% nati dopo una gravidanza a termine e il 21% nati prematuri – sono stati allattati al seno per almeno quattro mesi. I genitori sono stati invitati a compilare questionari per valutare il comportamento dei loro figli all’età di cinque anni. Dai risultati è emerso che il 16% dei bambini allattati artificialmente ha fatto registrare comportamenti considerati ‘anomali’ – si sono dimostrati più ansiosi, iperattivi e con maggiore tendenza a raccontare bugie. Più del doppio rispetto ai bambini allattati al seno, solo il 6% dei quali ha fatto rilevare comportamenti fuori dalla regola. Il perché i bambini allattati al seno crescano più sereni e con meno problemi comportamentali non è ancora del tutto chiaro: “Non sappiamo – dice Quigley – se i latti artificiali siano carenti in un qualche componente rispetto al latte materno, o se la differenza la faccia la stretta interazione fisica con la mamma durante l’allattamento”.

Io credo che quest’ultimo aspetto sia il più determinante!!!

Leggete qui:

Lo psicologo austriaco Renè Spitz fu il primo a descrivere i comportamenti di quei bambini che per qualche motivo vengono separati a lungo dalla persona che si prendeva cura di loro senza trovare un valido sostituto. Tali comportamenti sono, in ordine progressivo: lamentele e richiami (primo mese di separazione) pianto e perdita del peso (secondo mese) rifiuto del contatto fisico, insonnia, ritardo dello sviluppo motorio, tendenza a contrarre malattie, assenza di mimica, perdita continua di peso, posizione prona (terzo mese), cessazione del pianto e rare grida, stato letargico (dopo il terzo mese).  Se entro il quinto o sesto mese di separazione il piccolo trova la sua figura di attaccamento o qualcuno che la sostituisca, questi sintomi scompaiono; se la separazione si protrae per più tempo alcuni di essi restano. Tuttavia, secondo Spitz, anche nel caso in cui il piccolo si riprenda è difficile avere la certezza che un trauma del genere non lasci tracce, per esempio in casi di forte insicurezza o forte inibizione. Le osservazioni di Spitz fatte negli anni post-bellici, quando gli orfanotrofi erano pieni di orfani di guerra ed il personale era insufficiente, non devono però far ritenere che i bambini al di sotto dei due-tre anni non debbano mai staccarsi dalle loro figure di attaccamento.

Già John Bowlby nei suoi studi sull’attaccamento e la perdita, spiegava come il bambino fin da molto piccolo possa sviluppare un forte legame anche nei confronti di “figure secondarie” come il padre, i fratelli, gli amici e parenti che frequentano la casa o la baby-sitter, cosicchè egli possa restare da solo con loro quando la madre è assente.

Il piccolo inoltre, come spiegato da Donald Winnicott, può anche affezionarsi ad alcuni oggetti (i cosiddetti oggetti transizionali) o fenomeni, che occupano uno spazio intermedio tra il mondo esterno e quello interno, che gli ricordano alcune caratteristiche delle sue figure di attaccamento e che hanno l’effetto di tranquillizzarlo in loro assenza. Questo spazio intermedio ha un effetto quasi magico sul bambino in culla. Winnicott spiega che nella vita quotidiana dell’infanzia possiamo osservare il bambino piccolo che sfrutta questo terzo mondo, o mondo illusorio; lo vediamo che si succhia le dita o che adotta un certo tipo di giocherellare con la faccia o di mormorare un suono o di palpare un pezzo di stoffa e sappiamo che egli sta esercitando in questi suoi modi un controllo magico sul mondo, prolungando l’onnipotenza instaurata originariamente dal legame primario con la madre. Altrove Winnicott specifica che non è l’oggetto che è transizionale: l’oggetto rappresenta la transizione del bambino da uno stato di totale fusione con la madre a uno stato di relazione con lei come persona esterna, è la memori del sè che interagisce con la madre nel tempo, un modo per trattenerla con sè, nella propria mente. Attraverso questa prima forma di separazione dalla mamma, il piccolo impara a capire che lui non è più completamente fuso con lei: che lei “non-è-me” ma un’altra persona.

E inoltre….


L’allattamento al seno, oltre ad offrire l’alimento migliore per il neonato, è il naturale prolungamento del legame profondo che si stabilisce nel corso della gravidanza tra la mamma e il suo bambino. 
Infatti, nel corso dei nove mesi di gestazione, il piccolo si è formato ed è cresciuto nel grembo materno, condividendo con la mamma emozioni, gioie e preoccupazioni e, una volta nato, nulla è più rassicurante e accogliente del contatto e del caldo abbraccio della mamma. Inoltre, l’allattamento al seno favorisce un importante scambio di sensazioni fisiche e psichiche che determina la nascita di un dialogo intimo e piacevole tra la mamma e il suo piccolo: per succhiare il seno, oltre alla bocca, anche la guancia, il naso, il mento e le manine del bambino sono a stretto contatto con la pelle della mamma ed il neonato raccoglie ogni stimolazione fondamentale per tutto il suo sviluppo. Alcuni studi hanno evidenziato come il neonato, a poche ore dalla nascita, se viene appoggiato sul corpo della mamma, raggiunge quasi immediatamente il seno materno, oltre a godere di piacevoli sensazioni: può ascoltare ad esempio di nuovo rumori e movimenti famigliari, come il battito del cuore e l’alternarsi del respiro materno, può guardare la sua mamma.
Pertanto, l’allattamento al seno facilita l’instaurarsi di un’armonia che è allo stesso tempo nutrizione e trasmissione di affetto e di coccole.

Ecco perchè, a parer mio, l’allattamento al seno è da favorire rispetto al biberon poiché permette di rendere fertile la relazione primaria mamma-bambino, i cui effetti avranno i loro frutti con la crescita.

E PER QUANTO RIGUARDA L’ALLATTAMENTO CON IL BIBERON…

L’allattamento, però, è anche un notevole impegno, da non sottovalutare nè dal punto di vista fisico né psicologico. Di fatto, però, allattare necessita anche di una buona complicità con l’ambiente circostante, che stimoli la donna ad allattare e rinforzi questa buona abitudine. In nessun caso allattare dovrebbe essere percepito dalla mamma come un sacrificio “obbligatorio”, o come un dovere. Se ci si sente costrette ad allattare, o si vive l’atto come un fastidio o un’imposizione ad ogni poppata, questo stato d’animo può aumentare la tensione e rischia di rendere più difficile il legame con il bambino, ostacolando l’ autostima delle neo-mamme, e la percezione di “bravura”.

Ecco che in questi casi, io credo, sarebbe meglio riflettere sulla scelta di adottare l’allattamento con biberon.

Gli esperti medici, affermano che il latte materno è l’alimento fisiologico del neonato; allattare per tutto il primo anno di vita del neonato o, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nei suoi recenti comunicati fino ai due anni del bambino, è stato associato ad una riduzione marcata di alcune patologie (allergie, dermatiti, disturbi infettivi) e sembra inoltre che si associ ad un miglior indice di massa corporea.

Gli psicologi, in recenti studi, hanno inoltre messo in relazione allattamento e QI dei bambini, evidenziando una correlazione positiva tra le due variabili, oltre che un effetto positivo sullo sviluppo emotivo e affettivo del piccolo. Il passaggio all’allattamento artificiale, soprattutto nei casi in cui non è una scelta ma una necessità, non deve essere vissuto dalla mamma come un’incapacità ad accudire il proprio bambino o una “sconfitta” , perché la cosa più importante è che il bambino si senta amato e venga nutrito. E’ quindi importante che la poppata con il biberon si svolga con le stesse modalità dell’allattamento al seno. L’ambiente deve essere tranquillo e rilassato, il bimbo deve sentire il contatto della mamma ed il suo amore. Il momento della poppata rappresenta infatti un insieme di emozioni, di comunicazione, di amore e tenerezza a cui non bisogna rinunciare. Dopo le prime settimane, anche il papà può vivere l’emozionante esperienza di dare il biberon al suo bambino. L’allattamento da parte del papà può essere una preziosa occasione per conoscere il suo piccolo, imparare a relazionarsi con lui e può favorire l’instaurarsi del rapporto padre-figlio. Può così attenuare i sentimenti di gelosia, di esclusione e di abbandono che i neo-papà spesso provano.

Allattare quindi, per quanto naturale e fisiologico sia, è una “scelta relazionale” complessa, che risente, al fine di una buona riuscita, di altre numerosi variabili.

Alcune variabili sono intrinseche alla neo-mamma: in parte dipendono direttamente dalla sua storia di figlia accudita, e quindi dalla sua relazione con la madre, dall’intimità che ha col suo corpo e con le sue funzioni, dalla sua capacità di entrare in relazione col bambino e coi suoi bisogni e dalla sua volontà di mettere in primo piano, almeno nel primo trimestre, la dinamica mamma-poppa-bimbo. Tra queste variabili, i pregiudizi appresi sull’allattamento dalle altre mamme, dalle zie o dalle nonne, possono fortemente condizionare l’agio e la comodità percepita dalla mamma in questo gesto e influenzarne la riuscita.

Altre variabili sono le variabili esterne, che possono subdolamente o esplicitamente sfavorire l’allattamento al seno: partner esigenti da subito con orari ed abitudini, che non tollerano l’allattamento a richiesta, il tempo passato tra una poppata e l’altra con il bambino in braccio etc., la solitudine delle madri che aspettano ore qualcuno che non arriva mai e desiderano recuperare velocemente le vecchie abitudini, magari incompatibili con l’allattamento a richiesta; alcuni pregiudizi sociali, che ad oggi mal vedono una donna che allatta.

Ovviamente, nessuno di questi sopracitati costituisce un valido motivo per interrompere l’allattamento. E allora che fare? In questi momenti di passaggio e di scelte difficili, spesso è forte il bisogno di riconoscersi in un gruppo di pari che approvi e offra sostegno, se le mamme non trovano un adeguato rinforzo positivo esterno. I gruppi di sostegno psicologico per le mamme e neo-mamma, io credo, siano veramente un’enorme risorsa. Il gruppo permette di condividere, confrontarsi ma senza giudizio e alla pari, apprendere, sostenersi l’un l’altra nelle comuni difficoltà, aiutarsi a scegliere.

IL BAMBINO E GLI SHOCK EMOTIVI

Durante la crTRISTEZZAescita il bambino subisce un passaggio dalla dipendenza biologica a quella affettiva, infatti il bambino assume la totale dipendenza dal genitore, in particolare la madre, da cui dipende la sua sopravvivenza fisica, emotiva, quindi vitale.
In questo periodo, chiamato “simbiotico”, si innesca dunque un meccanismo emotivo che se non superato o canalizzato nel modo corretto, in età più adulta risulterà invalidante per la crescita dell’autostima o della personalità e nelle relazioni sociali.
Il bambino quindi, in modo graduale, sarà accompagnato e sostenuto dai genitori a compiere il passaggio dalla dipendenza affettiva all’indipendenza e fondamentale è qui il ruolo del papà, come terzo che separa dalla relazione simbiotica dalla mamma.
Spesso succede che si sviluppa, nel secondo semestre di vita, la paura della separazione che si simbolizza ad esempio nella paura della morte, di essere rapito o di cadere. Inoltre, ciò dà luogo ad ansie abbandoniche rendendo difficoltoso per il bambino qualsiasi allontanamento dalla persona o dai luoghi conosciuti.
Non temete, papà e mamme!!! E’ una fase del tutto tipica!!! Avete mai sentito parlare dell’angoscia dell’estraneo o dell’ottavo mese? Avete mai visto i vostri bambini faticare nell’andare in braccio ad altri, esterni, poco conosciuti? Ecco, è giusto così!
Il bambino impara gradualmente a separarsi da voi e , altrettanto gradualmente, è importante che voi genitori rispettiate questi bisogni e questi segnali che il bambino manda….sono messaggi che dicono che non è ancora pronto a separarsi e che lo proteggono dalle angosce abbandoniche.
Attenzione però!!!
Perchè il bambino deve fare questo passaggio di cui parlo. A volte capita che non suceda. E allora abbiamo di fronte dei bambini che fanno fatica al momento dell’inserimento al nido o alla scuola materna, fino a configurare, ad esempio, una vera fobia della scuola alla scuola primaria.
Grazie agli studi di Frechet, e ai molteplici studi sulla memoria, sappiamo che il cervello memorizza le sue emozioni ma soprattutto gli shock emozionali. Li memorizza come piccoli traumi e spesso il ricordo oggettivo dell’evento sfuma, viene modificato, non è coerente con l’originario, ma quella che viene memorizzata, come se fosse una fotografia senza ritocchi, è l’emozione legata all’evento.
Per farvi un piccolo esempio: immaginate il vostro bambino che, come descritto prima, fa molta fatica a separarsi dalla mamma nel corso del primo anno di vita e immaginate che questa mamma, per necessità lavorative, debba lasciare il suo bimbo all’asilo nido; il bambino forse piangerà, o farà fatica nell’addormentamento, ma alla fine si adatterà alla nuova situazione…e cosa potrà succedere, per esempio, al primo ingresso alla scuola primaria? Questo bambino sicuramente non potrà ricordare che al nido faceva molta fatica a separarsi dalla sua mamma, ma ciò che ricorderà sarà la fatica della separazione, la paura del distacco e di rimanere emotivamente solo.
Non spavantatevi mamme e papà!!!! Questo bambino ricorderà anche che la mamma o il papà torneranno a fine giornata e imparerà a gestire ed affrontare i ritmi della quotidianità, con le cose belle e piacevoli ma anche con le cose brutte e spiacevoli.
Quando ciò però non avviene, ed il vostro bambino lo manifesta con un disagio forte che difficilmente passa, chiedete un aiuto, un piccolo consiglio: affrontare le separazioni non è facile nemmeno per i grandi, per gli adulti, e nemmeno per i professionisti!!! …ed essere sostenuti in questo, magari con il confronto con altre mamme o papà, credo sia proprio importante.

Qualche esempio che può causare lo shock emozionale:

– per la separazione dei genitori
– per la morte improvvisa del genitore o di un parente
– per improvviso trasferimento d’abitazione
– per improvviso distacco della suzione del ciuccio
– per malattia improvvisa
– per la scomparsa improvvisa del giocattolo preferito

Come potrebbe manifestarsi:
-paure differenti
-disturbi del sonno
-disturbi della sfera alimentare
-aggressività
-sbalzi di umore
-disagi scolastici
Cosa si può fare?
-accogliere il disagio del bambino facendogli vedere che è permesso esprimerlo
-trovare insieme dei modi per alleviare il disagio legato all’abbandono, ad esempio spesso portare con sé un oggetto consolatore facilita il passaggio alla indipendenza
-adeguare i ritmi personali con quelli richiesti dai bisogni dei vostri bambini: hanno la precedenza, fino a quando il disagio non viene superato.

BULLISMO: COS’E’ E COME FARE

” Tirati giù le mutandBULLISMOe altrimenti non sono più tua amica!”
“Se non fai quello che ti dico ti picchio”
“Tu non puoi giocare con noi perché sei ciccione”

Questi, e tanti altri ancora, sono esempi di frasi che rappresentano il bullismo tra pari.
Una mamma, tempo fa, mi chiese: “come si insegna ai bambini ll rispetto per gli altri? Come fa un bambino da solo ad avere le competenze per scegliere la cosa giusta da fare in assenza dei genitori? Cosa si può dire ai bambini per rinforzarli?”.
Questo è un tema difficile che preoccupa da sempre i genitori, ancor di più nell’era moderna in cui, oltre agli atti di bullismo, è presente anche il cyberbullismo, ovvero il bullismo in Internet.

Il rispetto per gli altri non lo si insegna, ma lo si apprende nel corso del tempo attraverso l’imitazione dell’altro, in primis dell’adulto accudente.
Se i bambini, fin dalla nascita, ricevono un’educazione basata sul rispetto e sull’amore, allora saranno degli adulti in grado di essere loro stessi rispettosi e rispettati.
Ciò può sembrare una banalità, ma forse vale la pena di riflettere sul significato del “rispetto”.
Se un adulto prende in giro, magari scherzando (“ma dai, smettila, stavo scherzando quando ti ho detto che non capisci nulla!”), e non si accorge della ferita emotiva che infligge al proprio bambino, allora non vi è rispetto.
Se un adulto, con l’intento di stimolare, di far puntare in alto, di promuovere ed incitare utilizza nomignoli divertenti (“muoviti, corri, mozzarella!!!”), allora non vi è rispetto.
Se un adulto utilizza lo schiaffo, come metodo educativo, allora di nuovo non vi è rispetto.
Come cresce un bambino in questo contesto?! Non sarà un bambino forte, sicuro di sé ma, al contrario, la sua autostima sarà danneggiata, sentirà di valere poco o di non valere affatto, tanto da meritarsi i diversi trattamenti e sarà più facilmente oggetto di bullismo da parte dell’altro, poiché incapace di difendersi, poiché è minata la fiducia di sé.
D’altra parte, questo stesso bambino più grandicello, potrà agire a suo modo le violenze subite, poiché avrà appreso come stile relazionale tipico quello non rispettoso o violento.
Ecco cosa c’è alla base di questo fenomeno. Tutto parte da qui.

I bambini vanno quindi rafforzati nella propria autostima.
Questo può essere fatto quotidianamente, attraverso dei complimenti, l ‘attenzione al bambino e ai suoi bisogni, la dedizione a lui e alla sua crescita emotiva.
Si vive in un’epoca in cui manca il tempo di fare tutto: ma non è la quantità del tempo che ci dedica ad un bambino che fa la differenza, quanto piuttosto la qualità, ovvero nei piccoli gesti quotidiani, nei momenti condivisi anche brevi, è lì che, se è presente un reale ascolto del bambino, gli si trasmette il valore che ha e lo si farà sentire rinforzato nell’anima.

Detto questo, un bambino anche da solo, in assenza del genitore che lo protegge, può mettere in atto delle competenze che lo proteggono qualora dovesse vivere una situazione di bullismo.
Se sente di valere, prima di tutto, non lascerà che l’altro lo maltratti. Questo, a qualsiasi età.
In secondo luogo, la cosa giusta da fare é prestare attenzione a come l’altro mi fa sentire: uno stesso modo di dire o agire può ferire un bambino e può lasciare indifferente l’altro. Nel primo caso, bisogna insegnare ai bambini ad ascoltare le proprie emozioni e reagire di conseguenza.
Se un bambino è sufficientemente forte e sicuro di sé, metterà a tacere il bullo di turno che non lo rispetta.
Se un bambino si sente più fragile ed indifeso, allora dovrà trovare il coraggio di parlarne con qualcuno e di chiedere aiuto subito.
Spesso questa è l’unica strada da percorrere, anche per quei bambini forti.
Il chiedere aiuto puo’ sembrare una strategia di poca importanza ma, in realta’, ne ha moltissima e non è una cosa cosi’ scontata.
Bisogna insegnare ai bambini a chiedere aiuto, perché spesso non riescono, non sono in grado, hanno vergogna, hanno paura di farlo perché temono di non essere ascoltati o creduti. Percui, diventa una competenza da allenare, per proteggersi in queste situazioni così difficili!

ANCHE I BULLI HANNO BISOGNO DI AIUTO

Si parla molto del bBULLIullismo e, in particolare, di come questo fenomeno abbia un riscontro emotivo e psicologico sulle vittime.
Per limitare il fenomeno è molto importante sostenere, rinforzare e dare degli strumenti alle vittime per far fronte alle violenze che subiscono.
Ma è sufficiente?!
Bisognerebbe anche agire con chi attua questi comportamenti aggressivi, forse prima di tutto.

La letteratura parla indicativamente di due tipi di bulli.
Il bullo leader e quello ansioso.
Entrambi agiscono comportamenti aggresivi di diverso tipo, ma se il primo agisce anche verso gli adulti, senza averne il minimo timore e senza mostrare la minima preoccupazione verso chi può rappresentare un’autorità, il secondo mostra una maggiore sensibilità verso il giudizio dell’adulto, il suo pensiero e ciò che potrebbe conseguire alle sue azioni.
Il risultato a volte non cambia il destino di alcune vittime, ma questa è una sfumatura importante che permette di fare delle riflessioni su come aiutare i bulli a comprendere le loro azioni e limitarle.

Partiamo dalle ipotetiche e generali cause per cui un bambino o un ragazzo abbia bisogno di comportarsi da bullo, fermo restando che ogni caso è a sé.
I diversi studi del fenomeno confermano la presenza di carenze affettive nella storia di crescita di questi bambini e ragazzi.
Il termine “carenze” è vago e può riguardare vuoti affettivi di diverso tipo.
Se sappiamo che esistono queste lacune alla base, allora è importante aiutare il bullo a colmarle, a sentirle di meno, a comprendere, ad elaborarle.
A causa del loro atteggiamento, vengono spesso emarginati dal gruppo non solo dei pari ma anche degli adulti.
Forse vale la pena riflettere sul fatto di adottare un approccio relazionale più accogliente e comprensivo da parte di chi quotidianamente si rapporta a loro, per aiutarli in tal senso.

Un’altra causa di cui si parla è il permissivismo.
Se è vero che nel contesto più famigliare si riscontra una carenza di regole che forniscono un freno e un contenimento, è utile per il contesto extra famigliare adottare delle regole che contengano.
A volte, è proprio il loro comportamento senza freni, impulsivo, al limite, che dice del forte bisogno di contenimento, come una sorta di richiesta di aiuto in tal senso: “fermatevi voi, aiutatemi a fermarmi”.
Se alla base del rapporto con l ‘altro vi è uno spazio di comunicazione, allora le regole possono essere condivise e concordate da entrambe le parti, come si fa coi bambini per educarli.
Ovvio che è un lavoro che richiede tempo e dedizione, ma può essere costruito dalle varie figure educative e non, che stanno in relazione col bullo.
Vi sarà una continua sfida e lotta per il potere da parte sua, poiché la spinta innata a prevaricare lo porterà a comportarsi in tal modo.
Sta all’adulto dall’altra parte il tollerare la continua sfida e porsi come una figura autorevole e non autoritaria, poiché è solo con l ‘autorevolezza che si può stabilire un contesto di rispetto di questo tipo.

La mancanza di empatia è un altro possibile spunto di lavoro.
Ai bulli sembra mancare questa competenza emotiva, che si sviluppa già nella prima infanzia.
Aiutarli a comprendere come si sente l’altro, attraverso il dialogo, la riflessione, l’immaginazione, la lettura di storie e la comprensione guidata, i giochi sociali che sviluppano le capacità prosociali, sono esempi sui quali si può aiutare il bullo a far spazio dentro di sé al punto di vista emotivo dell’altro.
In questo lavoro, delicato ed impegnativo, è necessaria la continuità, la perseveranza, la dedizione di figure educative, amici, conoscenti adulti, motivati in tal senso.
Ad esempio, pensando ad un gruppo di mamme che si trovano al parchetto e si trovano costantemente alle prese con un bambino che attua comportamenti da bullo verso i propri figli, è possibile pensare ad un loro intervento in tal senso, per aiutare il bambino in questione e proteggere contemporaneamente i propri figli.

Altri piccoli suggerimenti.
In qualsiasi ruolo voi siate, amici, conoscenti, famigliari, educatori o altro, non fateli sentire emarginati o stigmatizzati.
Non è semplice e a volte verrebbe da fare proprio il contrario, ma è proprio questo atteggiamento dell’altro che riflette poi un’immagine negativa di sé, presa dal bullo come unico modo per essere riconosciuto.
Si comprende come ciò alimenti un circolo vizioso.

Aiutateli a sviluppare un senso morale e sociale, attraverso il confronto, il dialogo, la riflessione, lo scambio di punti di vista: fornite il vostro a loro che potranno imparare ad averne uno diverso dal proprio o da quello che hanno sempre vissuto e condiviso.

La comunicazione con l’altro permette lo sviluppo di un senso integrato e coerente del Sé, pertanto se spesso manca il dialogo nel loro contesto quotidiano, aiutateli ad inserirlo come elemento fondamentale di una relazione costruttiva.

Come dicevamo poco fa, a loro manca l’empatia e la capacità di comunicare i propri sentimenti. Se vi è una lacuna in questo senso, di conseguenza la gestione dei conflitti diventa difficile.
Allora, li si può guidare nel trovare altri canali di sfogo delle emozioni, in primis della rabbia, a dare dignità e valore a questa emozione che comunque e’ un segnale importante del Sé e a riconoscere l’emozione dell’altro. Come? Il dialogo prima di tutto e, ad esempio, nel mettere delle parole laddove vi siano solo atteggiamenti ed agiti che per loro rimangono senza significato.

FINITE LA VACANZE: PERCHE’ È COSI’ DIFFICILE RICOMINCIARE? COME FARE?

vacTutti, adulti e bambini, quando si avvicina anche solo il pensiero di dover tornare a scuola o al lavoro, vivono il rientro dalle vacanze in modo pesante.
Per i bambini è ancora più difficile, perché sono tendenzialmente più abitudinari: come si sono adattati al ritmo autunnale/invernale appena passato, poi si sono adattati al ritmo delle vacanze estive ed ora, di nuovo, a quello autunnale.

I bambini devono fare lo sforzo di risintonizzarsi, ogni volta, con ciò che chiede il periodo in cui vanno incontro.
Sintonizzarsi con ciò che chiede l’estate è piu’ facile: niente compiti, stop alle attività fisiche, stop alla sveglia mattutina, per lasciare spazio al gioco, al divertimento, al prendersela con calma e, sopratutto, per stare insieme ai genitori senza scadenze e doveri!
Al rientro dalle vacanze, tutto sembra quindi più duro da affrontare.
Innanzitutto, i ritmi: se in estate un bambino vive la giornata, si’ scandita da attività, ma vissute con leggerezza, senza la frenesia del dover fare, senza avere appuntamenti da rispettare, a settembre tornano le scadenze e la fretta di dover fare tutto in un tempo che appare ristretto.

In secondo luogo, gli affetti: un bambino, in estate, trascorre ipoteticamente tutta una giornata intera con la sua mamma e il suo papà, godendosi ogni singolo istante con loro, dai momenti legati al cibo, ai giochi o attivita’ che riempiono la giornata, al momento della nanna.
Oltre alla quantità di tempo che aumenta, cambia anche la qualità e ogni esperienza sembra essere vissuta dalla famiglia con molta più intensità emotiva.
A settembre, il tempo per stare insieme risulta ridotto, per tutti, e la qualità ne subisce le conseguenze, poiché le cose da sbrigare sono molte.

Si capisce allora, com’è pesante per un bambino, e non solo per lui, affrontare il mese di settembre.
Quindi, cosa si può fare per facilitare questo passaggio?
Prima di tutto, preparare psicologicamente i bambini.
Qualche giorno prima del rientro, si può parlare ai propri bambini, adattando la comunicazione alla loro età, aiutandoli ad immaginare il periodo che dovranno affrontare e i cambiamenti che questo comporta.
I bambini piu’ piccoli, intorno all’eta’ della scuola materna, vivono nel tempo presente, difficilmente si proiettano nel futuro, poiché devono ricorrere all’immaginazione e al ricordo, che hanno, ma che utilizzano in altro modo.
Quelli più grandi riescono maggiormente a fantasticare in tal senso.
In ogni caso, anticipargli ciò che comporta il rientro, sottoforma di racconto, condividendo con loro anche le emozioni legate agli eventi, li può aiutare a prepararsi e a vivere il temuto periodo con meno ansia e stress.

Alcuni bambini possono magari sentire la paura del distacco dalla famiglia: si riprende la scuola, lo sport, e allora si dispiacciono di non vedere più mamma e papà come prima.
Dato che da questo non si può scappare, può essere utile comunicare al bambino che anche i genitori hanno i loro impegni, che anche per loro è un passaggio difficile da attraversare e che anche loro provano delle emozioni che li rendono tristi e dispiaciuti.
Questo può abbassare l’intensità della sensazione dolorosa legata al distacco.
Di conseguenza, sarebbe importante non passare drasticamente la convivenza da tempi allungati a tempi ridotti, ma far vivere il distacco in modo graduale.
Così è più facile sia per i bambini che per i genitori!
Sempre per addolcire il distacco, l’idea che il genitore possa fare un dono al proprio bambino, può ricordargli simbolicamente che mamma e papà si prenderanno ancora cura di lui nonostante i diversi impegni.
E una volta iniziato settembre, il tempo da dedicar loro deve essere sempre ricavato.

Infine, guardando il senso pratico, gradualmente si possono reimpostare i vari ritmi, ad esempio il terribile suono della sveglia, così da preparare non solo la mente ma anche il corpo.

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Come si fa il gioco della lotta?!

Il gioco della lotta è un momento che piace molto ai bambini, in particolare ai maschietti. Piace farlo con altri bambini, …

Genitori al posto dei bambini e bambini al posto dei genitori.

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